Eserciziaio: inventare una persona finta, vera
1 dicembre 2011
Mi chiamo Clarabella, lavoro con i matti.
La mattina mi sveglio prestissimo,
arrivo in ufficio sempre prima delle zero sette e trenta del mattino.
Da un po’ di tempo faccio tutta la strada a piedi o in bicicletta: non mi accompagna più mia mamma.
Però sudo, sudo, sudo!
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me
I’m not sleepy and there is no place I’m going to
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I’ll come followin’ you
Via Bugatti
23 novembre 2011
C’è il buono senza capelli con le sopracciglia sempre corrugate dalla concentrazione indotta,
c’è il Mr. Cì asiatico, quasi scultoreo,
il velista cucador fuori tema col colletto della polo all’insù,
la ragazza plìnplìn, tuta bianca e sorriso vitasnella,
la giovinetta di belle speranze sguardo duro e polso esile,
l’occhialuta EmilioPucci con l’istinto di sopravvivenza racchiuso nelle montature degli occhiali da vista,
lui lì che ti guarda con la coda dell’occhio, un po’ vigliacco,
il siddharta di legno leggero,
l’insegnante moderato in boccio che arrossisce quando fa le domande,
la tizia che assomiglia tantissimo a Francesca, ma non è Francesca,
la maschia con l’orecchino al naso che forse un giorno mi ha servito una birra a Bologna o sono io che ho le traveggole,
l’intellettuale stile francesina (senza pomodoro) con le magliette a righe colorate, sottile ape maia mancina,
e quella che so chi è ma scopro sempre che, in verità, non lo so bene.
Hospitale
19 ottobre 2011
Oggi sono stata nell’officina per aggiustare gli uomini, maschi e femmine. E i meccanici sembravano tutti bravi e gentili.
Mi sono sentita come Altan quando gli viene voglia di disegnare Pimpa.
Tizio
21 settembre 2011
Tizio è uno che veste il suo Mr. Hyde con t-shirt cotone bruciato e jeans-maschio-colto, abbinando giacca fibra di lino tono su tono. In pubblico dà poco spazio al suo dottor Jekyll, demorderebbe sul fronte della carica sessuale; si stropiccia occhi e fronte con noncuranza spicciola per dare scena alla platealità del sé.
Tizio è uno che porta la fede alternativa su un dito alternativo della mano giusta, uno che se cammini con l’andatura studiata, la mise azzeccata e lo sguardo di sfida, è probabile che non disdegni un accoppiamento basico.
E’ un anticlericale intellighente dalle dita un po’ corte e la fronte prepotentemente alta, occhi tumidi o fluorescenti. Del fallo la cultura renda nuove vestigia.
Tizio per sé non vuole la periferia, ma solo il centro. Il centro di tutto. E – non so – solo quello, di tutto?
“Dammi un figlio”. Donna glielo pretese, lui lo chiese, lui lo prese?
Tizio sarebbe in un altro girone se questo fosse un purgatorio, più in alto del mio, più vicino a Dio. Ma dio non è solo nell’alto dei cieli.
Cortometraggio
21 luglio 2011
Lei, dondola ma non tentenna: “Buon appetito.”
Tu: “?… Grazie.”
Lei: “… Ah, scusi, lei non è la psicologa PincoPalletta?”
Tu: ” Eh no… “
Lei: “Scusi, scusi, è che… l’avevo scambiata per la psicologa PincoPalletta… Ma… Lei ne capisce di psicologia e tribunali…?”, fa un passo verso di te sempre dondolando, mai tentennando.
Tu cominci a pensare all’onirismo e all’ufologia, ai presagi astrali e alle comiche. Però rispondi: “Ehaem… no, direi di no, mi spiace.”
E quindi lei si accomoda accanto a te sulla panchina con il sedere in punta e poi si spinge fino alla spalliera, ma senza mai poggiarsi, rimane diritta nel suo vestito a figure geometriche che mimano fiori neri su sfondo bianco; cinta in vita e vita sottile. Sottilissima.
“Perché, lei, mi dica… un parere, così… mica uno può decidere per te, in tribunale… che ne sa… deve chiedere, perché lui che ne sa… se non hai mai fatto niente… non ho mica rubato, no? né ucciso; non ho rubato, non ho ucciso… no? come fanno a decidere?”
E tu, dove sei? Un po’ con lei, ma non abbastanza: “Sa, il giudice ascolta i testimoni, ascolta lei…”
“Sì, giusto, io mi devo difendere. Se io glielo chiedo, deve dare il rinvio!”
“Sì, certo, ma deve essere l’avvocato, il suo avvocato, a presentare un’istanza per il rinvio e il giudice, se lo ritiene opportuno, può darglielo.”
“Ecco, sì, giusto, l’avvocato TizioMinchio: è facile, lo capiscono tutti. Perché se uno non ha mai fatto del male: non ha rubato, non ha ucciso… Io non ho mai rubato, non ho mai ucciso… Solo bevo un po’… Ma a loro che importa? Non ho mai fatto male a nessuno, tutt’al più faccio male a me stessa… Lei non ne capisce di psicologia e tribunali? Però sono cose che capiscono tutti, queste… He, va bene…”
I suoi occhi azzurri mi fissano, capelli mossi rossicci un po’ tinti un po’ no; gli occhi non sfuggono ma sono leggerissimi e mobili; fissano il passato cercando con disillusione da bambina affatto stupida, complici nel presente. Mi vede, ma forse si dice, bisbigliandoselo e un po’ borbottando, che non capisco, che non posso aiutarla, che posso saperne, io?
Tentenna il tempo di una foglia che rimane sospesa nell’aria prima di proseguire il suo cammino dall’albero in là, ma poi si alza, mi chiede scusa per avermi importunata e continua per la sua strada parlandosi ancora.
Mi lascia indietro la scia della sua vita, che mi sedie accanto prepotente, adesso che lei non c’è più.
Quel sito mobile non era un Otis ed è rimasto immobile
17 maggio 2011
Sposta, pulisci, chiudi, scotch!, spazza, lava, butta, deposita.
A un certo punto mi sono fermata. Per forza: si è bloccato l’ascensore. Con dentro una circondata da buste bucate e manicotti di pezze.
Toh!
Mentre fuori da quel quadrato bianco panna con pavimento nero e controsoffittatura a quadrettini argentati il mondo (muratoreimbianchino tirasesso e mater agitata) cercava una soluzione, io facevo il suggeritore spingendo la voce al di là delle fessure dei due più due sportelli rimasti chiusi a minchia fritta.
Poi mi sono distratta.
A pensare perché mai con tutta la gente che soffre di claustrofobia, proprio io avrei dovuto privarmi di un pochetto di panico, io “Signorina bloccata nell’ascensore”.
Allora mi sono concentrata per vedere se mi veniva paura.
“Finisce l’aria”, mi sono detta “stramazzerai al suolo stordita dalla mancanza di ossigeno!”
“Tsk, ci sono i buchi, li vedi?” mi sono risposta.
E quindi ho cominciato a ciaccolare con mia madre attraverso la lunga fessura più stretta su e più larga sotto: l’asimmetria causa dell’impiccio.
“La luce del neon fa schifo, ti girerà la testa e perderai conoscenza come nei film di fantascienza.”
“Sì, ma c’è uno specchio grande.”
E allora mi sono guardata il gonfiotto all’altezza della pancia – ché sono un paio di giorni che non faccio una cacca come si deve – e poi mi sono trastullata stupidamente con un ponte all’indietro ma solo per metà, ho tirato il fiato e mi sono fatta le smorfie.
Nel frattempo, mentre facevo l’Alfredina fortunata e blasfema, lì fuori il mondo era in movimento per salvarmi.
“Signorina, non esca!”
“Ma se sono chiusa dentro!”
Sarò incappata nell’ennesimo idiota?
No.
“Quando si aprirà, lei non esca.”
“Occhei.”
E sono stata brava.
Mentre sgambettavo sana e salva lungo il vialetto, il prode muratoreimbianchino mi ha chiesto “E’ uscita, eh? E’ lei la signorina dell’ascensore, no?”
Gli ho fatto un sorriso da rana dispettosa riconoscente e gli ho detto “Sì, grazie!” proseguendo poi spedita per portare a compimento la mia missione: raggiungere bidoni di spazzatura differenziata che forse finirà tutta quanta, per beffa o per pigrizia-naja haje, in una normalissima discarica.
Ci sono cose a cui comunque è bene credere, a dispetto di tutto.
A un certo punto mi sono fermata. Per forza: si è bloccato l’ascensore. Con dentro una circondata da buste bucate e manicotti di pezze.
Toh!
Mentre fuori da quel quadrato bianco panna con pavimento nero e controsoffittatura a quadrettini argentati il mondo (muratoreimbianchino tirasesso e mater agitata) cercava una soluzione, io facevo il suggeritore spingendo la voce al di là delle fessure dei due più due sportelli rimasti chiusi a minchia fritta.
Poi mi sono distratta.
A pensare perché mai con tutta la gente che soffre di claustrofobia, proprio io avrei dovuto privarmi di un pochetto di panico, io “Signorina bloccata nell’ascensore”.
Allora mi sono concentrata per vedere se mi veniva paura.
“Finisce l’aria”, mi sono detta “stramazzerai al suolo stordita dalla mancanza di ossigeno!”
“Tsk, ci sono i buchi, li vedi?” mi sono risposta.
E quindi ho cominciato a ciaccolare con mia madre attraverso la lunga fessura più stretta su e più larga sotto: l’asimmetria causa dell’impiccio.
“La luce del neon fa schifo, ti girerà la testa e perderai conoscenza come nei film di fantascienza.”
“Sì, ma c’è uno specchio grande.”
E allora mi sono guardata il gonfiotto all’altezza della pancia – ché sono un paio di giorni che non faccio una cacca come si deve – e poi mi sono trastullata stupidamente con un ponte all’indietro ma solo per metà, ho tirato il fiato e mi sono fatta le smorfie.
Nel frattempo, mentre facevo l’Alfredina fortunata e blasfema, lì fuori il mondo era in movimento per salvarmi.
“Signorina, non esca!”
“Ma se sono chiusa dentro!”
Sarò incappata nell’ennesimo idiota?
No.
“Quando si aprirà, lei non esca.”
“Occhei.”
E sono stata brava.
Mentre sgambettavo sana e salva lungo il vialetto, il prode muratoreimbianchino mi ha chiesto “E’ uscita, eh? E’ lei la signorina dell’ascensore, no?”
Gli ho fatto un sorriso da rana dispettosa riconoscente e gli ho detto “Sì, grazie!” proseguendo poi spedita per portare a compimento la mia missione: raggiungere bidoni di spazzatura differenziata che forse finirà tutta quanta, per beffa o per pigrizia-naja haje, in una normalissima discarica.
Ci sono cose a cui comunque è bene credere, a dispetto di tutto.
Tu
30 aprile 2011
Tu con quella faccia da enrico mentana e quel profumo che chissà, sa di qua ma anche di un là che, chissà.
Smalltown boy già grande, catapultato dagli anni ottanta, transitato dai novanta e arrivato qui in un treno 2011 carrozzeria 15-18 rimessa a nuovo per finta. Spingi il carrello indolente, labbra gravide di pensieri che esprimi in altri luoghi, chissà. Mi saluti con il garbo di un pianeta che non è questo e mi chiedo dove sei mentre mi auguri buon viaggio. Se mi vedi oppure no. No, sono un passeggero, le mie calzette fucsia non attraversano neanche l’iride dietro i tuoi occhiali: uno, dieci, cento, duemila seduti in fila indiana e tu, chissà. Spingi avanti la giornata come fai con il carrello. Voce soffusa: “Servizio mini bar!”, dici, attraversando le carrozze come si fa con gli specchi, immagini opache di vetri non più nuovi. E fuori il sole, fotogrammi di paesi – pausa, buio, galleria – e il mare.
Smalltown boy già grande, catapultato dagli anni ottanta, transitato dai novanta e arrivato qui in un treno 2011 carrozzeria 15-18 rimessa a nuovo per finta. Spingi il carrello indolente, labbra gravide di pensieri che esprimi in altri luoghi, chissà. Mi saluti con il garbo di un pianeta che non è questo e mi chiedo dove sei mentre mi auguri buon viaggio. Se mi vedi oppure no. No, sono un passeggero, le mie calzette fucsia non attraversano neanche l’iride dietro i tuoi occhiali: uno, dieci, cento, duemila seduti in fila indiana e tu, chissà. Spingi avanti la giornata come fai con il carrello. Voce soffusa: “Servizio mini bar!”, dici, attraversando le carrozze come si fa con gli specchi, immagini opache di vetri non più nuovi. E fuori il sole, fotogrammi di paesi – pausa, buio, galleria – e il mare.
Sibilantes caffè, l’ometto del bar non aggiusta le caldaie
11 febbraio 2011
Da qualche giorno ho preso quest’abitudine insolita per me: il caffè al bar la mattina. Non so quanto durerà: non sono un tipo costante. Mai stata: è segnato a fuoco sulla mia fedina: penare.
Quel caffé è una specie di catartico segno della croce immediatamente prima di mettere piede nell’ameno ufficio, una stampella di caffeina per i miei sensi intorpiditi dal sonno e dalla noiosa prospettiva di ore parecchio sprecate. E va bene il lavoro, e va bene la pagnotta, ma sono sprecate comunque. Nel paradiso terrestre non si lavorava mica per niente. Bastasse sputare la mela per tornare indietro. E invece no: tutte le volte che provi a raschiare la gola per il lancio, ti va a finire qualche pezzo di traverso. Ma non smetterò di tentare.
Però questo non c’entra con l’ometto del bar. O sì. Forse sì. Sì, ho deciso che sì. Perché in realtà lui prepara caffè ed espressini con una dedizione particolare e a me viene voglia di fare la barista, svegliarmi alle 5 e zero zero della mattina e dilettarmi a dire buongiorno con gli occhi cisposi sorridendo con garbo (e magari chiamarmi Greta, sarebbe figo).
Mi ricorderei della sua faccia da statuina cinese di avorio trasparente sempre perfettamente rasata; gli occhietti azzurri fissi sulla tazzina, mentre china il capo e le spalle fino ad arrivarci vicino vicino per centellinarci su il latte con una maestria inventata facendo attenzione che la schiuma venga bella soffice; mi ricorderei dei discorsi sul calcio e dei consigli agli amici avvoltolati in parole che passano attraverso la finestrella degli incisivi smangiucchiati da qualche uccellino facendo sibilare le esse.
Credo sia così che si attraversano i muri.
Quel caffé è una specie di catartico segno della croce immediatamente prima di mettere piede nell’ameno ufficio, una stampella di caffeina per i miei sensi intorpiditi dal sonno e dalla noiosa prospettiva di ore parecchio sprecate. E va bene il lavoro, e va bene la pagnotta, ma sono sprecate comunque. Nel paradiso terrestre non si lavorava mica per niente. Bastasse sputare la mela per tornare indietro. E invece no: tutte le volte che provi a raschiare la gola per il lancio, ti va a finire qualche pezzo di traverso. Ma non smetterò di tentare.
Però questo non c’entra con l’ometto del bar. O sì. Forse sì. Sì, ho deciso che sì. Perché in realtà lui prepara caffè ed espressini con una dedizione particolare e a me viene voglia di fare la barista, svegliarmi alle 5 e zero zero della mattina e dilettarmi a dire buongiorno con gli occhi cisposi sorridendo con garbo (e magari chiamarmi Greta, sarebbe figo).
Mi ricorderei della sua faccia da statuina cinese di avorio trasparente sempre perfettamente rasata; gli occhietti azzurri fissi sulla tazzina, mentre china il capo e le spalle fino ad arrivarci vicino vicino per centellinarci su il latte con una maestria inventata facendo attenzione che la schiuma venga bella soffice; mi ricorderei dei discorsi sul calcio e dei consigli agli amici avvoltolati in parole che passano attraverso la finestrella degli incisivi smangiucchiati da qualche uccellino facendo sibilare le esse.
Credo sia così che si attraversano i muri.
ndoki
15 ottobre 2010
E’ cera questo bambino
e piangeva, piangeva, piangeva
piangeva
e
piangeva piangeva piangeva.
“Mi spiace”, gli disse la vita. “Mi spiace davvero, io non volevo.”
E c’era questo bambino,
piangeva piangeva piangeva.
* Per rincorrere fatti e persone che non mi piacciono
ho perso di vista i sogni
Dovrò riacchiapparli,
perché credo si sentano soli *
piangeva piangeva piangeva.
ho perso di vista i sogni
Dovrò riacchiapparli,
perché credo si sentano soli *
«(…) il paese che cerchi ha quattro entrate, la prima a sud, tra i Xavante, popolo che corre; la seconda in una terra circondata da un grande mare salato, l’ombelico del mondo; la terza a nord nel regno bianco, la quarta nel labirinto delle domande e delle risposte, nel silenzio delle lingue. E’ la porta più facile… anche se tu non ci credi (…)»
Mû, Corto Maltese – Hugo Pratt
«(…) il paese che cerchi ha quattro entrate, la prima a sud, tra i Xavante, popolo che corre; la seconda in una terra circondata da un grande mare salato, l’ombelico del mondo; la terza a nord nel regno bianco, la quarta nel labirinto delle domande e delle risposte, nel silenzio delle lingue. E’ la porta più facile… anche se tu non ci credi (…)»
Mû, Corto Maltese – Hugo Pratt



