Lay, lady, lay


Lo stile libero è da perfezionare.
Lo stile rana mi viene naturale.
Il delfino non mi viene neanche artificiale.
Trasposizioni metaforiche, meglio evitare.

Kronos e Kairos

15 maggio 2011


Gamberetti croccanti annegano in una vellutata di zucchine, unica zattera un crostino di pane di Savelletri. Bocconcini di pollo imbellettano le ventose con coccarde di verdura. Le melanzane scivolano sui cicatidd che fanno lo slalom su pezzi di pesce spada. Mippì zittisce un camerire già zitto parlandogli a zig zag con un commento che dovrebbe raggiungerlo dopo aver attraversato il timpano di Mr. cì. Ma quell’uomo già zitto e sornione, rimane zitto, sornione e guadagna qualche punto in senzapallaggine. Il vino sbuca dal cestello con malizia timida, bianco sarebbe stato troppo chiaro, rosso troppo scuro, rosato ci accompagna con discrezione, sapore cald’allegro. Lieve scirocco muove il mare, occhiali scuri per riposare gli occhi dal sole. Si parla di rapporti di coppia, compromessi; innominato, l’amore, non so se ce lo siamo scordato. Il fatto è che non sai mai bene se nel tuo Ṛtú l’altro è disposto ad entrare. Poi ti dici: Non chiudertici dentro e non scappare, anche quando c’è quel qualcosa che, per un motivo o per un altro, fa male.

The great elsewhere

 

Mentre piango a singulti come, mi spiace ammetterlo, come mai, neanche nei periodi più consoni in cui sul copione c’era scritto “pianto” e, niente. Leccandomi ora pure qualche lacrima di allora, Velvet che osserva da vicino vicino quieta, poi un po’ perplessa, poi s’abitua, poi riprende a grufolare.
Mentre pigio sulla mela morsa il piango-a-singulti sento quel blocco antico nella gola, mezza calzetta tirata a lucido, umida di nonsense, stupidità, scivolo sui giochi di parole che quasi quasi prenderei a calci e poi no, perché non è giusto. Malinconoia di un pagliaccia goffa che vorrebbe essere sempre e solo allegra, perché senza scarpe buffe e pantaloni larghi non si sente più se stessa.
In genere i bambini i sentimenti non li inventano. I miei li ricordo e stanno tornando su come quei giochini erotici fatti a palline che si infilano nel culo. Ogni pallina che tiro su dalla gola è una fatica nuova. Però poi magari la sputo e non me la ritrovo più persa tra le viscere come un’antifisiologica formazione calcarea.
Oggi, oggi il super-io si sarebbe stracciato gli zebedi se non avessi fatto il bagno. Ma c’era un’altra parte che aveva lo stesso desiderio e più forte: la quasitrentanovenne che porta ancora in sé la bambina dei sentimenti non inventati. Allora mi sono alzata, ho guadagnato l’erbetta marroncina dello scoglio, sputo negli occhialini, metto la cuffia, salto, splash! Mai rinunciare, mai – se puoi –  a quel piacere profondo. L’ineguagliabile freddo, tonico e tanto, dappertutto e poi quel momento topico che segna il passaggio dall’impatto – un secondo, due secondi, tre secondi, quattro secondi – al dopo in cui sei a tuo agio e puoi persino fermarti dopo le bracciate di riscaldamento, lo avverto come una freccia lanciata da un arco con precisione nella prima vertebra cervicale.
Sono quella che quando certe muffe chiamano non si ricorda il suo nome e sono quella che quando l’acqua chiama non riesce a tapparsi le orecchie.
Ogni tanto nuotando nei giorni, così poco fluidi a differenza dell’acqua salata, mi ritrovo a chiedermi Ma sono io che ho superato il problema o lui me? Non vedo me, non vedo lui. Allora posso solo fermarmi a sentire.
Il tempo l’abbiamo inventato e più lui passa più sembra tutto più difficile, aritmia aritmetica.
Ieri, ieri ho risentito quella mano grande e morbida che mi stringe lo stomaco quando vedo in casa d’altri un certo tipo di perfezione costruita con le linee e con i colori, ho capito che parti di me le ho prese qua e là, le ho cercate e le ho modificate e ho capito che mi piacciono così come sono, che per me vanno bene così. Dopo un po’ tutta quella perfezione la sentirei poco viva, affatto vivibile, poco vissuta. Così, stamattina ho salutato con affetto lo stile svedese mediterranneo della mia casetta naïf, quella da cui mi sono cacciata, in un certo senso.
Con decorrenza primo giugno.
Miciagatta non lo sa, sia chiaro.

«Essendo un americano che ha vissuto la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti, scrivo questi oroscopi in inglese. Ma da molti anni sono tradotti in italiano da un settimanale croccante che si chiama Internazionale. I miei lettori italiani sono diventati così tanti che un editore mi ha contattato per pubblicare un volume. Alla fine del 2010 è uscito, solo in Italia, Roboscopo. Mi ha fatto una strana impressione vedere il mio quarto libro uscire in italiano ma non nella mia lingua. Ho il sospetto che tu stia per vivere un’esperienza simile, Bilancia. Funzionerai altrettanto bene in una sfera straniera, avrai esperienze significative, e forse anche un certo successo “in traduzione”.»
(Rob Brezsny)

There’s a pretty smile on a lion’s roar

 

Soffocare? No

28 febbraio 2011


Le molliche di Pollicino le mangia l’uccellino e va benissimo, perché la strada di casa è meglio trovarla sperimentando nuovi percorsi.
Abbandonare gli alambicchi obsoleti è molto più dolce che prendere a morsi camini di cioccolata bianca che non esistono se non nella tua immaginazione.
Quel tipo di difesa che appuntisce i pensieri e gli sguardi e contemporaneamente ti intreccia nodi in gola e ti siede al tavolino alla ricerca di teorie aggressive contro i modus altrui non serve a salvaguardare il tuo, di mondo; non servirà a farti sentire più sicura là dentro o a convincerti che va bene lo stesso ed è solo diverso.
Non condivido tutto, ma neanche tutto voglio distruggere.
Non voglio essere accondiscendente, ma neanche andare sempre in giro con spilloni giganti da ficcarti o ficcarmi nella pancia per ricondurre il mondo ad una dimensione preconfezionata che non è la mia: è quella di un padre che non è riuscito mai ad essere contento di sé. Ma io non sono solo lui: sono anche tutte le altre persone che ho amato senza condizioni, tutte diverse; e sono anche me, una forma di vita.
Ora mi rimane da capire chi è l’uomo nero che mi tiene inchiodata alla sedia quando l’unica cosa che vorrei è ballare.
Dopo di che, forse, sarò libera.

«Superfici inchiostrate invece che linee», c’è scritto.
«Per ottenere un segno più libero ed espressivo», c’è scritto.
«Viene usata quasi esclusivamente per creare delle sfumature di colore», c’è scritto.
«La stampa si esegue su carta inumidita o bagnata se contiene molta colla», c’è scritto.
“Va bene l’acqua del mare?”, mi chiedo.
“Sale e zucchero?”, mi dico.
“Eh sì”, mi rispondo. 


Sale.
Affollamento acustico, valigievaligievaligie enormi ed è un campeggio, mica un hotel. Gente che passa con carrelli pieni di buste della spesa ed è un campeggio, mica un centro commerciale. Una tizia, passo alle ore 15:00, ripasso alle ore 20:00, è ancorà lì a pistolare flemmatica con il computer ed è nella verandina di un camper, mica in un internet point.
Mi lievita l’incontinente intolleranza che mi conosco bene. Frullo. Poi mi passa, quando manco me ne accorgo. Intanto, però, grugnisco.
Fila numero uno, protoattesa numero due, firma e braccialetto.
” Io-odio-il-braccialetto-plastificato”, abbaio ma non mordo.
Lui&lei, noiggiovani in supermotocicletta, arrivano, mezz’ora per decidere dove piazzare la tenda, il giorno dopo tanto – dicono – ripartono. Beh, a dire il vero, lei non è d’accordo, protesta  in un “Io non parto di nuovo, domani”. Ripartiranno, dopo aver litigato non si sa perché. So che lei piagnucolava, gli dava del coglione, lui sopportava serafico, ad un certo punto ha cominciato a tranquillizzarla ed io ho pensato che c’era qualcosa che non quadrava oppure tutto quadrava fin troppo ed era quello il problema. Se mi avessero detto che stavano discutendo così aspramente perché lei era scocciata dalla presenza delle formiche non mi sarei stupita neanche un po’.
Poi hanno preso la moto per fare i 500 metri che ci separavano dal bar e sono tornati tranquilli, anestetizzati come se avessero appena ciucciato latte dalla tetta della mamma e già fatto il ruttino. Fino alla prossima invasione di formiche, no problem.

Zucchero.
Pesci nel mare. Tanti.
Schiena giù per terra, tra me e lei solo un sottilissimo plastificato separè. Non ho più bisogno della zip consolatoria del coprilavatrice: faccio ziiiiip ed è una tenda vera sotto le stelle, tra lei e loro solo rami di pino.
Dormo tutta notte, senza interruzioni. Al mattino metto il naso fuori, gli occhi ancora stropicciati, faccio Yawn! in maiuscolo stiracchiandomi come in un cartone animato e tutto il resto intorno, la gente, le cacchiate che come ciliegine si posano sul padiglione auricolare, tutto c’è, ma è ovattato; sono come in una bolla di piacere estatico, con una porta solo socchiusa sul mondo chiassoso fuori.
Un ago di pino cade giù dall’albero, si poggia sul piede e rimane lì finché una folata di vento non lo accompagna altrove.
Ed ancora zucchero.
Gallipoli è piena di bancarelle: vuole assaggiare un pezzettino di formaggio, salame, salsiccia appena arrostita, frutti di mare aperti qui per qui con maestria?
Sembra il paese della cuccagna. Poi si riempie più e più e comincia a sembrare un po’ il paese dei balocchi, balocchi&baiocchi.
Cerchiamo una strada, il nome del ristorante tanto me lo sono già dimenticato.
Individuo un gruppetto di autoctone, vocalizzano in salentino, odorano di frutta e verdura fresca e di sicuro sanno cucinare da dio.
“Signoramiscusi, sa dirmi come arrivare in via Sant’Elia?”
“Ma v’accompagno! Faccio prima ad accompagnarvi, in tutte ‘ste stradine. Dove dovete andare, al ristorante… ?”
“Sì, quello!”
“Venite, andiamo. Ciao, Bettina, ci vediamo!”, vocalizza in salentino ed io le sto accanto e comincio a chiacchierare perché già mi piace, lei, che ci accompagna per le stradine e ci racconta i luoghi. Intercala ogni volta con un bella mia o bedda mia o belli miei o beddi e non sa dire bed&breakfast, dice bibbì. E a me piace talmente tanto che continuerei a fare domande fino a domani, che sarebbe stato ieri.
E invece arriviamo, lei mi poggia una mano sul braccio come se mi conoscesse da quando ero bambina e ci saluta.
“Grazie, grazie mille”.
“Ma figurati, bella mia, buone vacanze.”

I salentini sono gentili, sono un po’ greci, hanno una terra splendida, i colori cantano e sono di zucchero e sale.

A casa.
Suona il my door bell. Apro. Mi trovo di fronte un ragazzino sbucato dal nulla che non conosco. Solo che è più stupito lui di me, rimane muto e devo parlare io per lui: “Hai sbagliato campanello?”
Quel cenno della testa appena visibile doveva essere un sì.

Son chiose, su reality

6 agosto 2010

Candela per sconosciuti che andavano a mangiare il tonno in riva al mare più strano mai visto sognavano un mondo e lo vedevano così com’era, a loro piaceva; gattonavano in piedi e si assaggiavano le orecchie guardandole con le dita poggiate sulla punta del naso, la nuca era a colazione, mattina color magenta-chi-s’accontenta, chi s’accontenta gode, se godi certi non sono contenti, ma qui non ha senso qui non importa, voce grassa omelia latina non attraversa il muro del sono. Il sogno più strano mai visto vedeva un mondo così com’era, l’alfabeto aveva perso la strada e si era costruito una barchetta senza x e senza y.

Sospiro odore e fumo, frittura e ignomerielli, non conosce finestrini; il gruppo è sanguigno, si chiama a erre acca positivo.

«Ero scioccata da tutto quel silenzio.»


(Post peel off con le figure agli alfa idrossiacidi del sono-alla-frutta uniti ai beta idrossiacidi dell’estratto acquoso. Trattamento ristrutturante intensivo per rimuovere  l’accumulo di cellule corneificate ed in tal modo promuovere il rinnovamento cellulare. Rimuovere la sottile pellicola grigia sollevandola con delicatezza per re-illuminare il fucsia. Test di autovalutazione in corso.)


C’era una volta bambina che scappò, ma poi capì che tante cose erano rimaste ferme indietro e bisognava riacchiapparle e digerirle.
C’era una volta bambina che cadde e si sbucciò il ginocchio in cortile. Salì su in casa-parenti-vari-ed-eventuali e piagnucolò. C’era una volta bambina che quando si rimisero tutti in macchina per tornare a casacasa, daddy le disse che se s’azzardava a fare ancora una volta tante storie per una cosa così, erano guai.
Erano guai.
Nell’editto era scritto anche Niente muso e niente tristezza se l’incontro con l’amichetta va a monte. Solo emozioni private, molto private, non vanno manifestate.
Neanche se apri la porta e cerchi una persona che all’improvviso non c’è più e non ha senso e non è giusto? No, no, ci mancherebbe, meno che mai… sennò sai che cinema!
Allora bambina, quando si infilò punta di forbici nella mano, stette zitta.
Quando si infilò il freno di una bici – minuscola ora, gigante allora – nel piede, fece pollicino con le gocce di sangue fino a casa. Zitta.
Alcol rosa che brucia su una ferita da quattro punti – ago e filo? Ahi. Zitta. Pallini e poi buio nell’ascensore, non svenne.
Occhei, diciamo che bambina era un po’ maldestra.
E aveva pure paura dei film di paura. Però un giorno si disse che ‘sta cosa non andava niente bene, sicché strizza gli occhi e guarda Phenomena.
Occhei, diciamolo, bambina era parecchio maldestra, di notte chiama “aiuto, aiuto”. Arriva la persona sbagliata, et voilà, il giorno dopo le fanno i complimenti per il trucco monoculare verdazzurro. Lei strabuzza l’occhio e capisce che sarà pure maldestra, ma c’è persino gente un sacco meno sveglia di sé sedesima.
C’era una volta bambina che sua cugina, quando rientravano dal mare, le faceva solletico tanto, ma tanto che ogni volta rideva a crepapelle talmente da dover supplicare in salsedine “basta basta”, ma cugina insisteva e lei – bambina – non ce la faceva. Sicché un giorno si disse che il solletico non lo soffriva più. E così fu.
Passarono i giorni e i mesi e gli anni, matite spuntate su un armadio.
Passarono i fatti ed anche le parole; quelle scritte, quelle parlate; quelle rivisitate e trasformate, imbruttite o imbellettate; memoria labile, quelle dimenticate.
C’era una volta bambina, solo un paio le foto imbronciate.
Forse troppe le emozioni e le paure congelate.
Ma è una storia véra?
Ma no, ma no, è Galbus’era.

C’era una volta adulta che andò a vedere un film che le piacque.
L’abbinamento della musica con le scene strambo, quindi perfetto. I personaggi, una sottile divertita e divertente presa per i fondelli. L’efferatezza di un gesto, più truce in una rappresentazione teatrale che nella realtà del protagonista. I fenicotteri rinominati, i cliché rimodellati. La follia non in quaderni su cui scrivere tronfia o sbigottita o lagnosa di sè, ha uno spazio largo come un recinto di struzzi che ti ingoiano gli occhiali e te li risputano buffamente sporchi di saliva. Poi puoi ripulirli, unirli tutti in un cerchio su cui far roteare una lampadina ed inventarti un mondo incantanto alternativo.

C’era una volta un aereoporto, un volo, un rientro e un sacco di persone sull’aereo. Una strafiga che le arrivo si e no al gomito, tira indietro i capelli nero corvino, ammicca con gli occhi che fanno pendant, nero corvino pure quelli, cellulare incastrato tra la spalla e l’orecchio, porge il biglietto e racconta ganza di uno che “Mah, sembrava il classico stronzo. Che poi, l’ho visto solo un giorno, sì… Comunque ha avuto una storia di quindici anni, quindi… Poi è finita: uno dei due avrà fatto una cagata, o lui o lei… “  Sceneggiatura da Grande Fratello, Orwell ci ciecherebbe un occhio e comunque, signorina, per far finire le “storie” ci si mette in due secondo me, sa? Si collabora, mica cazzi.
Le divise Ryanair sono di una bruttezza inaudita, non me ne capacito. Scialbe più di un grembiulino da camieriera di un fast food dimenticato in una strada dimenticata del Tennessee, ci manca solo la macchia di sugo per la sublimazione della perfezione.
C’è un piccolo esercito di soldatini programmati che vanno a zonzo per il mondo fieri e fedeli al marchio che portano in sovraimpressione qua e là: ci dev’essere stata una convention. Incitazioni, convincimenti, lavaggio del cervello, fogliolina verde Herbalife. Si autodefiniscono “messaggeri del benessere”. Crepito e ingoio, le stupidaggini mi vanno di traverso. Mi giro verso il tipo che ho di fianco, legge un manuale dai fogli sottili che sembra tanto un codice civile. Spio: Gli atti degli apostoli. Aiuto! Sono circondata!
«Io non voglio le vostre vitamine!»
Poi mi chiedo, ma i messaggeri del benessere sono parenti degli spingitori di cavalieri?
Mattù, mi ami?
Ma io, miasmo?
Io dico che ci vuole una canzone a manovella.


(S)culture antiche, l’arcaico rimodellato, poppare è anacronistico; lo sai, però non vuoi. Ancora molliche di pane?
Di notte, sogni di granito si sgretolano.
Vecchi edifici abbandonati da risistemare e restaurare – e tu, tu saprai tutto sulla Restaurazione, no? mica come me, che raglio in storia e geografia -,  un impianto elettrico tutto da rifare, sennò rischi il corto circuito. E il buio.
Casa di cioccolato alle spalle, si scioglie e fa la pozza. Fondente.
Mattoni in caramello davanti, riprendi il tuo Meccano. Camini di zenzero, semi di papavero
se
       mi
                no
Bramo suoni di tenda, con la sua zip a contare le stelle poggiate qui lontano su un campeggio un po’ selvaggio, pipì al buio, rumori fantasia.
Piccolo. Spazio. Pu-b-bli-cità! Calzo libri come scarpe e loro mi portano avanti; ogni passo è un libro sotto la pianta dei piedi. Cammino. Non abbiamo gli occhi sulla nuca e non è un caso.
Ogni situazione in ogni angolo di mondo porta il rumore del muscolo cardiaco: se non sei morto, batte. Per tutti, anche per quelli con una faccia di cazzo. Come il respiro, a ciascuno il proprio e meglio non trattenerlo sennò vai in anossia, diventi verde e non è affatto glam.
Sicché.
La soluzione non è la condanna, ma il riscatto, a trick of the tail.

Hänsel e Gretel”, Il Mondo Incantato, Bruno Bettelheim


Come un segnalibro in una pagina, tra una mostra fotografica che racconta il mare visto dagli occhi dei matti… li vedo mischiati nella folla, seduta sul divanetto bianco, muri in pietra, le finestre in legno si affacciano su quel blu visto dall’alto che hanno abbracciato con uno scatto e infilato in una foto con tutta la loro poesia, sento i bisbigli nella loro testa, parole sottovoce, e muio dentro vivendo così forte.
Tra un tuffo all’arancia, il freddo dell’acqua che mi sbilancia, il vento che mi asciuga sotto il sole e mi boccolizza  i capelli.
Puntuali come mai, chiacchierando si arriva al cinema,  e neanche incespico nei miei zoccoli zeppa 12.
Come un segnalibro infilato tra la pagina a.m. e quella p.m. di una giornata che si conclude facendo cin, due Gordon rosse, una chiara e una coca cola per l’astemia, chiacchiericcio sulla nuova giunta di sinistra, usi e costumi del nord e del sud (esistono? beh, sì, un po’ sì), psicodrammi delle decisioni in chiave comica e lacrime agli occhi per le risate con Crudelia nella sua versione Zelig, saluti e baci, buonanotte, ci vediamo domani.

Come un segnalibro in una pagina.
Questo film m’è piaciuto.
Assai.

Ma chi l’ha detto che non si deve provare a provare?
 

“Guardami”

11 febbraio 2010


In questi giorni sto vivendo in un film di Denis Arcand, con l’unica differenza che il clima malinconico ironico impastato, con l’unica differenza che al senso critico acuminato; con l’unica differenza che non mi è chiaro chi abbia scritto la sceneggiatura e mi dimeno ostinatamente alla ricerca di un inizio; e di una fine, essendo l’individuazione di un fine al di là delle mie possibilità o semplicemente scontato al punto che non ha senso ragionarci su.

In questi giorni sto vivendo come in un film di Denis Arcand, in cui un gruppo di persone legate da un rapporto d’affetto supportato da ricordi e pezzi di vita condivisi, si riuniscono intorno a chi sta morendo e i dolori si mescolano ad un’allegria romantica; con l’unica differenza che.
In vista di un trasloco che neanche mi riguarda, ho scoperchiato la scatola dei ricordi per capire che ero invisibile a me stessa per almeno tre quarti.
E davvero, forse, mi sono nascosta così bene che mi sarà estremamente complicato ritrovare tutti i pezzi e riassemblarli senza sembrare un quadro di Picasso.

Ho capito che – a dispetto di quanto mi sono raccontata – molte cose non le ho imparate né da mio padre né tanto meno da mia madre: molte cose le ho amate con tutta me stessa probabilmente solo in virtù di quel patrimonio di spasmodico desiderio di vita, passione e amore per le risate schiette che anima il primo sguardo di ciascuno di noi.

In questi giorni sto vivendo come in un film di Denis Arcand; con l’unica differenza che continuare a sentire voci di persone che non posso toccare crea un enorme buco nello schermo e per ricucirlo dovrò riscrivere alla svelta la sceneggiatura, di mio pugno. Anche sul naso, all’occorrenza.

Sto vivendo come in un film di Denis Arcand, ma se sto vivendo, tutto sommato, va bene lo stesso. Altrimenti no.

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