Astr’azioni

5 luglio 2011

Trecce disordinate e formaggini sul cappello e tatuaggi trasparenti sulle ruote e poca voglia nel cestino pieno di un altro colore. Karma Chameleon adimensionale.

Ma volere o volare lo si doveva mangiare.

Storia di quando non sai a cosa punto il tuo dito di bimba dall’occhio luccicante che chiede, topo inebriato dall’odore, un pezzo di formaggio, però ti sembra che il tuo desiderio sarà appagato poggiando quel pezzo di latte di mucca sul palato.
Poi scopri che hai sbagliato, che lui è troppo salato e ti dici Vabbé con viso un po’ corrucciato. Il punto è che c’è qualcuno che agisce per orgoglio oltraggiato.
Così succede che l’errore poco saggio sul formaggio si trasmuta in punizione. Sofferto è ogni boccone da mandar giù per espiazione: a nulla vale il legittimo impedimento se proprio proprio non sei contento.
Sicché un bel giorno tu ti chiedi se per una qualche bugiarda astrusa alchimia, ad ogni sbaglio – o quel che sia – vero o finto, adesso, dopo, oppure mai, non abbini per solo imprinting il cilicio commutato in un grezzo eppur sincero automartellamento attualizzato.
Hey, sic!

Il viaggio

Mr. Cì: “Ti vedo in disfacimento.”
ms: “Ci deve essere un disallinemento temporale: sono già disfatta, quello che vedi è il mio ologramma, dentro è tutto un pullulare disordinato di pixel.”

La presa di servizio
Sottotitolo: In compenso hanno tanta carta igienica

Ciclostilati in viaggio nel tempo, stampo (e stampa) pre-fascista, si depositano nell’A.D. 2011 sulla scrivania che accoglie la mia mano pennata.
Compilare in triplice copia: Figlio del, figlio della; stato di famiglia: moglie, figli; celibe, sposato, separato, divorziato; aspetto, salute.
Uno. Ne desumo: che io sia femmina non è ipotesi contemplata. Tentata dallo stato libero, a seguito di un veloce studio di opportunità, ovvio non rinunciando comunque a stupirli con un nuovo termine: nubile.
Due. “Aspetto!?” Mi si dice di scrivere normale, ma non so se vale. “Salute!?” Mi si dice di scrivere buona, mi chiedo che cacchio ne sappiano loro dopotutto e poi prenoto la visita di rito alla medicina legale, fa niente se è stata abolita con una legge regionale del 2008, a Roma che ne sanno, poveretti. Pace pace facciamo la pace con la pace di gesù non ci scompagnamo più.
Le autocertificazioni. In enne copie: si sfiorano i numeri in doppia cifra.
“Scrivi, puoi copiare da qui.” Scrivo, copio da lì, con le opportune modifiche.
Mentre mi esercito calma con le belle copie su fogli bianchi senza righe interrogandomi se quel lavoro da amanuense non preluda una perizia calligrafica di una folta équipe di psicologi in un’ottica Nouvelle Vague di gestione del personale, Allanna – accento alla Macario – viene in mente che si potrebbe usare la fotocopiatrice.
Sorrido garbatamente a lei, ammicco al mio ghigno riflesso sul monitor in bella mostra davanti a me. Spento. E mi preparo a riempire il modulo formato-Aboh-tagliato col righello riportando con perizia l’elenco del materiale di consumo: una bic rossa e quattro bic nere, un paio di pennarelli tali e quali a quelli che usava la sorella di mia nonna, gomma blu e rossa per cancellare i tratti a penna nonché a matita e che non cancella né quelli a penna né quelli a matita, temperamatite mignon a risparmio energetico, matita nella norma senza melanzane, evidenziatore magro suppongo per inevitabile inedia causata da carenza di soldi, scatolina di graffette, colla secca, smacchiatore di errori altrimenti detto bianchetto (come i pescetti) da non usare perché credo sia preferibilmente vietato, post it per coprire le firme delle autocertificazioni quando mai ti dovesse saltare in mente non troppo tardi che tutto sommato si possono fare anche le fotocopie.

La presa per il culo

Segue promessa solenne alla Patria in piedi davanti a una sedia e a un tizio parecchio abbronzato e finalmente posso andare in pace, treno diretto verso la destinazione finale, a cercare di capire un po’ meglio se esistono ancora le segretarie con gli occhiali che si fanno sposare dagli avvocati e perché mai sistematicamente mi ritrovo, professionalmente, in quelle situazioni da neofita coi denti da latte in perenne allenamento per allentare, deviare, modificare la morsa di una fregatura talmente ben assestata che ti sembra di sentire le palle ruvide a graffiarti le chiappe.
Però questo lavoro forse mi piace di più di quello di prima… Certo ci saranno parole nuove da imparare, tipo pinzatrice, ché se dico spillatrice non mi capiscono e PQM mi toccherà adeguarmi… Certo dovrò lavorare tuttiisabato almeno fino a settembre mentre luilì dorme coi gatti…
Certo che… eh… che culo!

Meibì

11 maggio 2011


My day mayday!
Velvet ha smesso di miagolare il suo deficit di accudimento felino.
Forse.
Riprenderà a breve.
Quasi sicuramente.
L’elettricista-falegname-pizzaiolo-traslocatore è rimasto un po’ deluso nell’apprendere che non ho ventisette anni, ma ben nonvelodico.
Forse.
Gli ho fatto un inchino di ringraziamento e non ero delusa per niente.
Sicuramente.
Nella prossima vita, comunque, mi iscrivo a un istituto professionale e faccio la meccanica-idraulica-elettricista-pizzaiola-traslocatrice. Mi sposo una donna pragmatica e sensuale e niente figli.
Forse.
Ho dimenticato la diddle con le mutandine a mezz’asta di miciagatta a casa, ma tanto domani ci devo tornare.
Per forza.
O per necessità.
Insomma, di virtù neanche l’ombra.
Solo una gran voglia di ricominciare tutto da capo. Ma da zero.
Gli zero sono troppo sottovalutati.
E invece rimangono fondamentali.
Forse.
Poi mi passa.
E chissà dove va.
Da qualche parte.
Pan pan.
Meibì.

Prove di viaggio

9 maggio 2011

Non è facile pensarci puntualmente, minuto per minuto, mettere a fuoco e sparare a salve un pensiero superando la sindrome da incompreso e i dubbi sulle incomprensioni.

Non so chi sei, ti conosco, ma ti ho messo insieme come in un corso di cucito e non so se l’abito che ne è risultato ti stia a pennello oppure no. So che sei tu, in un disegno difficile da verbalizzare. Sei tu a carboncino su un foglio mio, ma non so come ti disegni tu e non so bene come chiedertelo e non so se chiedertelo: mi piacciono le cose che salgono su come bollicine e fanno friiiizzz nel naso, non mi piace scavare con caparbietà troppo razionale, non amo l’archeologia.
Ho racimolato parole scritte, una voce che diventava sempre più familiare, prima attraversando l’etere e poi l’aria fatta di ossigeno e ozono in percentuali variabili. Nord, sud, centro Italia, sud-ovest, sud-est. Imparo la geografia e le geografie apolitiche di pensieri apolidi.
Imparo il bazar delle low cost che ostruiscono i cieli e tappano i buchi vendendo sigarette finte come surrogato di sigarette vere e gratta e vinci, mentre qualcuno malamente si gratta con le mani in tasca e qualcun altro si fa il segno della croce e squilli di trombette registrate all’atterraggio.
Reggia e giardini visti da non troppo vicino che chissà se imparerò. Popolo nuovo, carne cruda, salse colorate, profumi agrodolci, campanelli per l’ingresso in macelleria e campane competitive per le chiese.
Mani conosco, occhi, sguardo, sopracciglia, piedi, collo, bocca, naso, mosca, lingua, altro: ogni particolare come in un puzzle di cui vivi l’insieme e sai ricostruirlo, ma mai che un pezzo sia proprio attaccato all’altro, c’è sempre qualcosa, come midollo invisibile che si frappone tra te e il paesaggio di un altro te che non sei tu.
Come un parquet fatto in casa per la prima volta.

Butterfly song

ms: maaaaaaaaaaaaaaa tu lo sai che è quello siflaccio del post?
Dasp: sfilaccio, immagino.  zafferano, direi
ms: ma lo sai perché ci hai cliccato su??
Dasp: però non so perché l’hai scelto
ms: non imbrogliare!
Dasp: ma secondo teeeeee… uf
ms: secondo me imbrogli
Dasp: e non mi hai rispostoooo. perché hai messo lo zafferano?
ms:  perché mi piaceva… non so come l’ho tirato fuori… ah, con “spade con le mimose”
Dasp: spade?
ms: cercavo qualcosa di aggressive, ma niente… il massimo era il pesce spada arrostito!
Dasp:  bbbono.  comunque meglio lo zafferano delle mimose
ms: beh, io sfilacciato non l’ho mai visto
Dasp: profuma e ci fai pure il risotto
ms: quello che compro io è bitorzoluto e beige
Dasp: bitorzoluto e beige?!?
ms: he… ma non è che ti stai confondendo con qualche altra cosa?
Dasp: io?
ms: quello che compro dall’equo e solidale è piccolo, bitorzoluto e beige.
UFFA
Dasp: ma lo zafferano è in stimmi. o in polvere
ms: c’è QUALCOSA CHE NON QUADRA…
Dasp: bitorzoluto e beige non l’ho mai visto
ms: google mi tira fuori solo zafferano rosso sfilacciato! uhm… uf-fa
ESISTE! AAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH
è lo zenzero!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! la ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ mi ha fatto imbrogliare!
Dasp: tra te e filippo mi farete licenziare
ms: ? io e filippo che?
Dasp: mi fate schiattare dalle risate

“Ann(a), ti posso fare gli auguri?”
“E-h? Di che?”
“La fest(a) della donn(a).”
“A-h. Me ne ero dimenticata. Mh, sì, grazie Miché.”
E’ sparito per un microsecondo ed è riapparso, molleggiante, con la mimosa, una mimosetta con un sacco di pallette gialle, alcune pure un po’ marroncine, ma fa niente…
Poi è venuto su l’altro Miché, il signore delle pulizie. Abbiamo chiacchierato di sociofilosofia personalizzata condita da massime in slang dialettale di cui alcune mi sono risultate irrimediabilmente incomprensibili, ma sono di quelle cose di cui il già solo il suono ti riconduce a significati profondi. E. Ho detto un bel po’ di parolacce, Miché mi ha dato il permesso:
“Oggi le puoi dire le parolacce, è la festa della donna.”
E domani? Domani no? Prrrrrrrrrrrrrrrrrrr.
E io le dico lo stesso.

L’ellisse del ditone

21 febbraio 2011

 

Sabato. Si mangia da me. Pasta: acqua, sale e basta. Facile. Poi si mischia con la crema di cime di rape al peperoncino di Monte Sant’Angelo. Buona.
Sicché.
E’ stato un discorso lungo. E’ cominciato con la fenice, che è un po’ una pizzeria, un po’ un cinema porno che non esiste. Poi la fenice è diventata araba introducendo Metastasio - come l’Araba Fenice | che vi sia ciascun lo dice | ove sia nessun lo sa. E io ho risposto Come la barca lascia la sua scia così io ti lascio la firma mia e Mr. cì ha contrattaccato con Didone abbandonata, io gli ho fatto vedere il pollice chiedendomi se fosse adatto all’occasione. Abbiamo convenuto, brindando, che obiettivamente sono un po’ idiota. Di lì, passando per Enea e una storia di corna che vedeva coinvolto Agamennone, siamo arrivati alla guerra di Troia e poi c’è stata una similitudine che ha tirato fuori dal cilindro – vatti a ricordare come – le guerre puniche. Che erano tre, come le guerre di indipendenza dell’Italia. Ci volevano ficcare anche la prima guerra mondiale nel conto, mi ha detto Mr. cì. Maddai – ho rincarato io – allora sarebbero diventate quattro le guerre di indipendenza.  Ma se la guerra era mondiale, per forza (e per fortuna?)   bisognava chiamarla prima. E infatti così fu.
Poi è successo un fattaccio. Il mio cervello stava procedendo benone, non so dove le tirasse fuori le risposte corrette. Quelle sbagliate lo so bene dove stanno rintanate: praticamente ovunque. Ma quelle giuste rimangono un mistero.
E così.
Mr. cì mi ha chiesto: E dov’era Troia?
E io ho risposto: ad Arcore?

Però le orecchiette erano buone.

 

(Che non è quello della vergine, ma un altro)

Io vedo delle cose che succedono da vicino vicino, talmente da vicino che le vedrei benissimo persino senza occhiali, però non tutte le capisco.
Io vedo da vicino vicino espressioni unte e bisunte, mani parlanti truci, caviglie larghe, andature pesanti, pettinature antiche, culi inguardabili, labbra leporine, occhi piccolissimi e sguardi perplessi.
Però non tutto io capisco: mi rimane sempre la fessura dello sbigottimento e/o della titubanza, tipo una vagina. Che non conosco e non so se la capisco, neanche quella, fino in fondo.
Comunque.
In mezzo a tutte queste cose ho visto (dal di dentro, sguardo introspettivo) me medesima che inviavo una raccomandata con ricevuta di ritorno in Svizzera e poi ho visto nella mia cassetta postale una cartolina di uno schifosissimo giallo senape in cui mi scrivevano con timbri mal posti e grafia sciatta, “Vieni da noi in posta, c’è una raccomandata per te!” (non proprio così, ma il senso era quello).
In quell’istante ho pensato a tutto fuorché alle cose più probabili. Poi ho rettificato le pippe con un pensiero ansiolitico lucido e, preso atto che il numero della raccomandata finiva con IT, ho desunto che c’era la ponderata probabilità che arrivasse da fuori Italia.
E così fu.
Vado, anzi andiamo. Aspetto, anzi aspettiamo. Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo, e ancora e ancora. Una signorina ammutolita dall’imbarazzo aveva da spedire una pila di lettere che se mi ci sistemavo sopra in piedi diventavo una papabile giocatrice di pallacanestro.
Trombetta e fischietto, arriva il mio turno. Ma.
Non trovano la lettera.
Direttore chiede a dipendente: “E’ un avviso giudiziario?”
Ho sentito un brivido dietro la schiena e non era Dasp che mi faceva i grattini.
L’algida dipendente giovanissima con pelle da vegana risponde No e io riprendo a respirare.
La trovano.
E’ la mia lettera raccomandata, quella inviata in Svizzera. Ne sento di nuovo il peso tra le mani, come se.
Come se io stessa fossi andata all’ufficio postale di Chiasso, compilato il modulo A/R, pagato il servizio postale, tornata indietro a Bari, ritirato la lettera che mi ero spedita, firmato la ricevuta di ritorno e aspettato poi pazientemente che me la infilassero (la ricevuta) loro stessi nella buchetta di casa.
Con Matrix ho avuto molte meno difficoltà: era più intuitivo.

L’urlo

10 febbraio 2011


Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh

Non è mica necessario essere sempre normali, vero?

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