Ma volere o volare lo si doveva mangiare.
Storia di quando non sai a cosa punto il tuo dito di bimba dall’occhio luccicante che chiede, topo inebriato dall’odore, un pezzo di formaggio, però ti sembra che il tuo desiderio sarà appagato poggiando quel pezzo di latte di mucca sul palato.
Poi scopri che hai sbagliato, che lui è troppo salato e ti dici Vabbé con viso un po’ corrucciato. Il punto è che c’è qualcuno che agisce per orgoglio oltraggiato.
Così succede che l’errore poco saggio sul formaggio si trasmuta in punizione. Sofferto è ogni boccone da mandar giù per espiazione: a nulla vale il legittimo impedimento se proprio proprio non sei contento.
Sicché un bel giorno tu ti chiedi se per una qualche bugiarda astrusa alchimia, ad ogni sbaglio – o quel che sia – vero o finto, adesso, dopo, oppure mai, non abbini per solo imprinting il cilicio commutato in un grezzo eppur sincero automartellamento attualizzato.
Hey, sic!
Poi scopri che hai sbagliato, che lui è troppo salato e ti dici Vabbé con viso un po’ corrucciato. Il punto è che c’è qualcuno che agisce per orgoglio oltraggiato.
Così succede che l’errore poco saggio sul formaggio si trasmuta in punizione. Sofferto è ogni boccone da mandar giù per espiazione: a nulla vale il legittimo impedimento se proprio proprio non sei contento.
Sicché un bel giorno tu ti chiedi se per una qualche bugiarda astrusa alchimia, ad ogni sbaglio – o quel che sia – vero o finto, adesso, dopo, oppure mai, non abbini per solo imprinting il cilicio commutato in un grezzo eppur sincero automartellamento attualizzato.
Hey, sic!
Un giorno un drago mi disse
28 aprile 2011
ZooBlog, dal bruco al drago.
Sono giorni che ci penso.
Sai quelle cose che ti tornano in mente così? Ecco, quelle.
Ero giovane, bianca più di così e molle. Mi spegnevo con intermittenze sempre più lunghe, mi osservavo e non sapevo bene quello che vedevo. Come adesso, praticamente, ma peggio.
Credo di non aver mai smesso di cercare il clic, da sveglia o durante il sonno. E anche allora era sempre su percorsi un po’ sghembi e insoliti che trovavo spunti animati e non.
Una volta andai a parlare con un drago, mi ci portò mia madre il cui compito istituzionale pare sia quello di affrontare le emergenze sanitarie (niii-no! nii-no!) e – questo in passato, ora non più – trovare qualcuno a cui affidarmi, tipo patata bollente.
Devo riconoscerle che mi ha permesso di incontrare persone che per me si sono rivelate importanti e forse è una forma di egoismo geloso ed egocentrismo orgoglioso, la mia, non volerlo ammettere in maniera più intima e aperta: come dire, Però loro sono miei!
Il drago mi disse: “Devi decidere: morire o vivere. Non puoi stare nel mezzo.”
Sembrava una cosa crudele da dire a una fanciulla giovane, bianca più di così e molle. Sembrava un colpo inferto a dispetto di tutto: delle opportunità, delle convenzioni, delle convinzioni.
Ma io lo sapevo che aveva ragione lui, anche se faceva male decidere di diventare grandi e avere il coraggio di tirarsi fuori dalla caverna magica.
Non ho ancora imparato, però. Non del tutto. Non si impara mai del tutto. Ma morire è molto meno soddisfacente e molto più noioso che vivere. A parte il fatto che c’è un tempo per ogni cosa e, per quanto ne sappiamo, la morte non ce la leva nessuno comunque.
Era meglio il bruco, eh?
E se il cervello fosse un muscolo?
Se il cervello fosse un muscolo, le idee ora dovrebbero starci dentro più larghe.
Risvolti parietali di delucidazioni empiriche, graffi e graffiti. Come gesso sulla lavagna stride dispettosa un’immagine che non avevo considerato, una specie di proiezione muta, fotogrammi a scatti, di una situazione reiterata, come calpestare un’orma che è sempre la stessa, anche se orma-i hai i piedi infilati in altre scarpe.
Mi preparo il terreno per partire, scalcio, sollevo polvere veemente mentre mi dico che non mi piace niente. Come una pentola che bolle, un coperchio, e sedervici sopra.
Bolle da schiacciare sul culetto, il mondo non sarà mai perfetto.
Bene, quindi, riassumendo: con le separazioni sono un vero impiastro, ho sbagliato allenamento e ho letto un libro scritto a rovescio.
Risvolti parietali di delucidazioni empiriche, graffi e graffiti. Come gesso sulla lavagna stride dispettosa un’immagine che non avevo considerato, una specie di proiezione muta, fotogrammi a scatti, di una situazione reiterata, come calpestare un’orma che è sempre la stessa, anche se orma-i hai i piedi infilati in altre scarpe.
Bolle da schiacciare sul culetto, il mondo non sarà mai perfetto.
ndoki
15 ottobre 2010
E’ cera questo bambino
e piangeva, piangeva, piangeva
piangeva
e
piangeva piangeva piangeva.
“Mi spiace”, gli disse la vita. “Mi spiace davvero, io non volevo.”
E c’era questo bambino,
piangeva piangeva piangeva.
* Per rincorrere fatti e persone che non mi piacciono
ho perso di vista i sogni
Dovrò riacchiapparli,
perché credo si sentano soli *
piangeva piangeva piangeva.
ho perso di vista i sogni
Dovrò riacchiapparli,
perché credo si sentano soli *
Galbusera. My dad, my dad, what have ye done
21 luglio 2010
«Ero scioccata da tutto quel silenzio.»
(Post peel off con le figure agli alfa idrossiacidi del sono-alla-frutta uniti ai beta idrossiacidi dell’estratto acquoso. Trattamento ristrutturante intensivo per rimuovere l’accumulo di cellule corneificate ed in tal modo promuovere il rinnovamento cellulare. Rimuovere la sottile pellicola grigia sollevandola con delicatezza per re-illuminare il fucsia. Test di autovalutazione in corso.)
C’era una volta bambina che scappò, ma poi capì che tante cose erano rimaste ferme indietro e bisognava riacchiapparle e digerirle.
C’era una volta bambina che cadde e si sbucciò il ginocchio in cortile. Salì su in casa-parenti-vari-ed-eventuali e piagnucolò. C’era una volta bambina che quando si rimisero tutti in macchina per tornare a casacasa, daddy le disse che se s’azzardava a fare ancora una volta tante storie per una cosa così, erano guai.
Erano guai.
Nell’editto era scritto anche Niente muso e niente tristezza se l’incontro con l’amichetta va a monte. Solo emozioni private, molto private, non vanno manifestate.
Neanche se apri la porta e cerchi una persona che all’improvviso non c’è più e non ha senso e non è giusto? No, no, ci mancherebbe, meno che mai… sennò sai che cinema!
Allora bambina, quando si infilò punta di forbici nella mano, stette zitta.
Quando si infilò il freno di una bici – minuscola ora, gigante allora – nel piede, fece pollicino con le gocce di sangue fino a casa. Zitta.
Alcol rosa che brucia su una ferita da quattro punti – ago e filo? Ahi. Zitta. Pallini e poi buio nell’ascensore, non svenne.
Occhei, diciamo che bambina era un po’ maldestra.
E aveva pure paura dei film di paura. Però un giorno si disse che ‘sta cosa non andava niente bene, sicché strizza gli occhi e guarda Phenomena.
Occhei, diciamolo, bambina era parecchio maldestra, di notte chiama “aiuto, aiuto”. Arriva la persona sbagliata, et voilà, il giorno dopo le fanno i complimenti per il trucco monoculare verdazzurro. Lei strabuzza l’occhio e capisce che sarà pure maldestra, ma c’è persino gente un sacco meno sveglia di sé sedesima.
C’era una volta bambina che sua cugina, quando rientravano dal mare, le faceva solletico tanto, ma tanto che ogni volta rideva a crepapelle talmente da dover supplicare in salsedine “basta basta”, ma cugina insisteva e lei – bambina – non ce la faceva. Sicché un giorno si disse che il solletico non lo soffriva più. E così fu.
Passarono i giorni e i mesi e gli anni, matite spuntate su un armadio.
Passarono i fatti ed anche le parole; quelle scritte, quelle parlate; quelle rivisitate e trasformate, imbruttite o imbellettate; memoria labile, quelle dimenticate.
C’era una volta bambina, solo un paio le foto imbronciate.
Forse troppe le emozioni e le paure congelate.
Ma è una storia véra?
Ma no, ma no, è Galbus’era.
C’era una volta adulta che andò a vedere un film che le piacque.
L’abbinamento della musica con le scene strambo, quindi perfetto. I personaggi, una sottile divertita e divertente presa per i fondelli. L’efferatezza di un gesto, più truce in una rappresentazione teatrale che nella realtà del protagonista. I fenicotteri rinominati, i cliché rimodellati. La follia non in quaderni su cui scrivere tronfia o sbigottita o lagnosa di sè, ha uno spazio largo come un recinto di struzzi che ti ingoiano gli occhiali e te li risputano buffamente sporchi di saliva. Poi puoi ripulirli, unirli tutti in un cerchio su cui far roteare una lampadina ed inventarti un mondo incantanto alternativo.
C’era una volta un aereoporto, un volo, un rientro e un sacco di persone sull’aereo. Una strafiga che le arrivo si e no al gomito, tira indietro i capelli nero corvino, ammicca con gli occhi che fanno pendant, nero corvino pure quelli, cellulare incastrato tra la spalla e l’orecchio, porge il biglietto e racconta ganza di uno che “Mah, sembrava il classico stronzo. Che poi, l’ho visto solo un giorno, sì… Comunque ha avuto una storia di quindici anni, quindi… Poi è finita: uno dei due avrà fatto una cagata, o lui o lei… “ Sceneggiatura da Grande Fratello, Orwell ci ciecherebbe un occhio e comunque, signorina, per far finire le “storie” ci si mette in due secondo me, sa? Si collabora, mica cazzi.
Le divise Ryanair sono di una bruttezza inaudita, non me ne capacito. Scialbe più di un grembiulino da camieriera di un fast food dimenticato in una strada dimenticata del Tennessee, ci manca solo la macchia di sugo per la sublimazione della perfezione.
C’è un piccolo esercito di soldatini programmati che vanno a zonzo per il mondo fieri e fedeli al marchio che portano in sovraimpressione qua e là: ci dev’essere stata una convention. Incitazioni, convincimenti, lavaggio del cervello, fogliolina verde Herbalife. Si autodefiniscono “messaggeri del benessere”. Crepito e ingoio, le stupidaggini mi vanno di traverso. Mi giro verso il tipo che ho di fianco, legge un manuale dai fogli sottili che sembra tanto un codice civile. Spio: Gli atti degli apostoli. Aiuto! Sono circondata!
«Io non voglio le vostre vitamine!»
Poi mi chiedo, ma i messaggeri del benessere sono parenti degli spingitori di cavalieri?
Mattù, mi ami?
Ma io, miasmo?
Io dico che ci vuole una canzone a manovella.
L’abbinamento della musica con le scene strambo, quindi perfetto. I personaggi, una sottile divertita e divertente presa per i fondelli. L’efferatezza di un gesto, più truce in una rappresentazione teatrale che nella realtà del protagonista. I fenicotteri rinominati, i cliché rimodellati. La follia non in quaderni su cui scrivere tronfia o sbigottita o lagnosa di sè, ha uno spazio largo come un recinto di struzzi che ti ingoiano gli occhiali e te li risputano buffamente sporchi di saliva. Poi puoi ripulirli, unirli tutti in un cerchio su cui far roteare una lampadina ed inventarti un mondo incantanto alternativo.

Le divise Ryanair sono di una bruttezza inaudita, non me ne capacito. Scialbe più di un grembiulino da camieriera di un fast food dimenticato in una strada dimenticata del Tennessee, ci manca solo la macchia di sugo per la sublimazione della perfezione.
C’è un piccolo esercito di soldatini programmati che vanno a zonzo per il mondo fieri e fedeli al marchio che portano in sovraimpressione qua e là: ci dev’essere stata una convention. Incitazioni, convincimenti, lavaggio del cervello, fogliolina verde Herbalife. Si autodefiniscono “messaggeri del benessere”. Crepito e ingoio, le stupidaggini mi vanno di traverso. Mi giro verso il tipo che ho di fianco, legge un manuale dai fogli sottili che sembra tanto un codice civile. Spio: Gli atti degli apostoli. Aiuto! Sono circondata!
«Io non voglio le vostre vitamine!»
Poi mi chiedo, ma i messaggeri del benessere sono parenti degli spingitori di cavalieri?
Mattù, mi ami?
Ma io, miasmo?
Io dico che ci vuole una canzone a manovella.
Fratello Hänsel, sorella sGretela
14 luglio 2010
(S)culture antiche, l’arcaico rimodellato, poppare è anacronistico; lo sai, però non vuoi. Ancora molliche di pane?
Di notte, sogni di granito si sgretolano.
Vecchi edifici abbandonati da risistemare e restaurare – e tu, tu saprai tutto sulla Restaurazione, no? mica come me, che raglio in storia e geografia -, un impianto elettrico tutto da rifare, sennò rischi il corto circuito. E il buio.
Casa di cioccolato alle spalle, si scioglie e fa la pozza. Fondente.
Mattoni in caramello davanti, riprendi il tuo Meccano. Camini di zenzero, semi di papavero
se
mi
no
Bramo suoni di tenda, con la sua zip a contare le stelle poggiate qui lontano su un campeggio un po’ selvaggio, pipì al buio, rumori fantasia.
Piccolo. Spazio. Pu-b-bli-cità! Calzo libri come scarpe e loro mi portano avanti; ogni passo è un libro sotto la pianta dei piedi. Cammino. Non abbiamo gli occhi sulla nuca e non è un caso.
Ogni situazione in ogni angolo di mondo porta il rumore del muscolo cardiaco: se non sei morto, batte. Per tutti, anche per quelli con una faccia di cazzo. Come il respiro, a ciascuno il proprio e meglio non trattenerlo sennò vai in anossia, diventi verde e non è affatto glam.
Sicché.
La soluzione non è la condanna, ma il riscatto, a trick of the tail.
Le père?
2 luglio 2010
Calzini rinacciati con fili colorati
Mia madre mi risponde con tono vagamente corrucciato: nessun matrimonio, nessun nipotino, note malinconiche per un pianoforte che non ha futuro. Quindi il Tribunale Etico della Musica – dico – decreta che venga venduto, accordatura di note e non più silenzio. Siamo tutti d’accordo, sì. Pace.
Lei pensa che l’albero così muoia, ma si preoccupa di un albero con le spine. Che non esiste. E’ l’annoso problema della crocifissione di Cristo. Riveduto e corretto, Gesù scende dalla croce, fa una pernacchia, aglio&olio&basilico&pomodoro sull’ostia, cin col calice dorato. Fine della lagna, si fa sul serio, cioè si dismette questa cupa serietà iconoclasta.
Ci sono alberi centenari che non esibiscono il sé né nella produzione di fiori né di frutti. Sono riparo all’ombra nelle giornate afose, radici robuste che si sviluppano nella terra da secoli, nei secoli; casa se vuoi fare il Siddharta, erba sotto la testa se vuoi far asciugare il sudore all’ombra dopo una partita, una qualsiasi.
Il cinema
Tutto per noi.
Dopo una ristrutturazione durata anni è rimasto uguale – per fortuna – ma nuovo e più pulito. La sala piccolina e sghemba che sembra fatta apposta per assecondare l’estro del coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, lo schermo in alto come certi televisori appesi nelle stanze d’albergo e tu lì a cercare una posizione da montagne russe, con collo reclinato all’indietro, culo e schiena scivolano sulla poltroncina alla ricerca di un assestamento condiviso.
Chinotto, cannuccia e acqua sparkling.
Il mare, fuori, mangia la focaccia.
Scatola dei tesori
“Quando non ci sarò andrà tutto bene: verrai a trovarmi e verrò anch’io.”
Scherzo, mi distraggo perdendomi nelle linee storte sulle pareti, ma sono di burro: questa cosa è bella e sa di buono.
Il film
Louis-Do de Lencquesaing: come in un gioco tranquillo e poco impegnativo in cui si uniscono i puntini, metto a fuoco somiglianze con chi conosco ma no. Lineamenti, corporatura, abiti… occhi? occhi… mh, sì, anche, suppongo di sì; però diversa tessitura della pelle, diverso il ph, diverso il colorito.
Solo che l’attore è il personaggio, ma il personaggio non riesce ad essere attore.
Appendo al muro con una punes un foglio di conclusioni che svolazzano piano.
Il problema sono gli occhi e la storia.
Mi aspetto che succeda qualcosa alle bambine in questa famiglia felice, ma non succede niente. Tutti contenti.
Allora gli occhi, lo sguardo. Capire se è di Grégoire o è Louis-Do de Lencquesaing. Forse in quel punto c’è una fusione, una sorta di alienazione all’interno, perché l’idea è che lui non sia né in quello che sta succedendo né con quelli che gli stanno intorno, a dispetto delle apparenze. E’ altrove, in un non luogo senza via d’uscita. La vita intorno una zattera e non una solida imbarcazione, lui un naufrago.
Stamattina ho letto qualche riga sulle recensioni, sul cast, sulla regista… Poi mi son detta che – chissà – forse il focus è nei 28circa anni di Mia Hansen-Løve: domande a risposte che ancora sta cercando senza porsele, ma semplicemente vivendo. E la sua messa a fuoco è tra le pagine di una sceneggiatura e una cinepresa.
Comunque
Al di là di tutto, la mia conclusione è che autoscomparirsi è come avere una macchia di sugo senza aver mangiato gli spaghetti.
Tutto per noi.
Dopo una ristrutturazione durata anni è rimasto uguale – per fortuna – ma nuovo e più pulito. La sala piccolina e sghemba che sembra fatta apposta per assecondare l’estro del coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, lo schermo in alto come certi televisori appesi nelle stanze d’albergo e tu lì a cercare una posizione da montagne russe, con collo reclinato all’indietro, culo e schiena scivolano sulla poltroncina alla ricerca di un assestamento condiviso.
Chinotto, cannuccia e acqua sparkling.
Il mare, fuori, mangia la focaccia.
“Quando non ci sarò andrà tutto bene: verrai a trovarmi e verrò anch’io.”
Scherzo, mi distraggo perdendomi nelle linee storte sulle pareti, ma sono di burro: questa cosa è bella e sa di buono.
Louis-Do de Lencquesaing: come in un gioco tranquillo e poco impegnativo in cui si uniscono i puntini, metto a fuoco somiglianze con chi conosco ma no. Lineamenti, corporatura, abiti… occhi? occhi… mh, sì, anche, suppongo di sì; però diversa tessitura della pelle, diverso il ph, diverso il colorito.
Solo che l’attore è il personaggio, ma il personaggio non riesce ad essere attore.
Appendo al muro con una punes un foglio di conclusioni che svolazzano piano.
Il problema sono gli occhi e la storia.
Mi aspetto che succeda qualcosa alle bambine in questa famiglia felice, ma non succede niente. Tutti contenti.
Allora gli occhi, lo sguardo. Capire se è di Grégoire o è Louis-Do de Lencquesaing. Forse in quel punto c’è una fusione, una sorta di alienazione all’interno, perché l’idea è che lui non sia né in quello che sta succedendo né con quelli che gli stanno intorno, a dispetto delle apparenze. E’ altrove, in un non luogo senza via d’uscita. La vita intorno una zattera e non una solida imbarcazione, lui un naufrago.
Stamattina ho letto qualche riga sulle recensioni, sul cast, sulla regista… Poi mi son detta che – chissà – forse il focus è nei 28circa anni di Mia Hansen-Løve: domande a risposte che ancora sta cercando senza porsele, ma semplicemente vivendo. E la sua messa a fuoco è tra le pagine di una sceneggiatura e una cinepresa.
Al di là di tutto, la mia conclusione è che autoscomparirsi è come avere una macchia di sugo senza aver mangiato gli spaghetti.
Ho il ricordo, il ricordo di quest’uomo per il quale ho pianto ma di cui mi rimane ben poco in memoria, quasi niente a parte lineamenti in versione sommaria e i baffi marrò. Per poi magari scoprire che non li aveva, i baffi.
Figlio di contadini, qualcuno lo chiamava la bestia, colpa dell’epilessia. Rideva spesso, era allegro forse con quella schiettezza che spinge ai margini.
Di lui nessuna fotografia. Il che è strano, perché sono piena di fotografie di quand’ero piccola, ma di quelle in cui bighellonavo ignara con le persone alle quali ero più legata o nessuna o poche.
Di quella me bipede in erba non è dato – chi, dove, come, quando, perché?… boh – sapere che tracce siano rimaste, a parte immagini e sensazioni su impalcature di ricordi sbiaditi come vecchie kodak, colori denaturati nel viaggio dal passato al presente – ’72, 80’s, 90’s, nuovo millennio – come immagini viste attraverso una lente deformante. Sono state, non sono più. Tutto si trasforma e vivi oggi, mica nella proiezione di ieri. Quantomeno questo è quello che voglio fare. Vorrei? Voglio. Per definizione di causa, anche se ad essere così volitivi c’è da cagarsi un po’ sotto.
Continuando a cercare e scavare nella terra, lì dove adesso è tutto pronto per costruire e impiantare il farsi accadere nell’essere, ho trovato scatole di latta con biscotti frantumati, come tesori per bambini dediti all’archeologia: è l’oniricologia. Funziona, o può funzionare.
Ora, qualcuno mi ha detto che ci sono cose con le quali si può convivere; l’ineluttabile fu. Quello che ha scatenato in chissà quale millesimo di secondo la sinapsi addetta all’istinto di sopra-sopravvivenza che funziona in modalità causa-effetto e che si reitera, si riproduce ogniqualvolta sei sottoposto allo stesso evento/stimolo o ad un evento che riconduca a quello arcaico.
“Può essere qualcosa accaduto nella fase pre-linguistica.”
Pre-linguistica che non parlavo? E quanto piccola ero? E rimango lì, incollata a quella, a fare il cartamodello… perché tanto non saprò mai cos’è?
Occhei. Ragioniamo. Io non voglio convivere con dei fantasmi. Sennò, scusate, che cazzo ci sono arrivata a fare a 37 anni? Me ne stavo in Paturniopoli, nei candidi adolescenziali sedici, a fare “meditation” – quando ancora non sapevo manco che esistesse – fissando la carta da parati, che se Huxley avesse saputo quello che ci vedevo mi avrebbe fatto un’intervista; altro che peyote. E ci saremmo divertiti un sacco.
Quindi, su questa tipologia di ineluttabilità ci vorrei ragionare e invito al convivio tutti gli strizzacervelli di tutto il pianeta.
Perché l’evoluzione della specie deve pur essere servita a qualcosa. C’è un senso che però, forse, ci sfugge e sfuggendoci in qualche modo ci deresponsabilizza. Perché se c’è una cosa che ho imparato leggendo Lorenz, convivendo con anatidi e felini, cercando il dialogo con teleostei, molluschi e testuggini, è che il comune denominatore che ci lega al mondo animale (e chissà se pure a quello vegetale) è l’aggressività per difesa (per l’uomo anche solo quella immaginata) l’abitudine all’abitudine, il terrore al cambiamento e di qui alla coazione a ripetere il passo è breve.
Abbiamo la circostanza attenuante: l’istinto di sopravvivenza.
Ecco. Se hai, tipo, anni uno, che ancora non hai capito dove sei, e perché non è più tutto morbido e liquido e perché siano scomparse le luci soffuse, che ti toccano ora solo una tantum nella giornata (e che è una giornata… ?) e magari quando vorresti fare altro, ma devi eseguire gli ordini (ma che sono gli ordini… ?)… beh, quando sei in difficoltà fai quello che puoi, con gli strumenti che hai ed è sicuramente la scelta migliore che tu possa fare. Quando hai un anno.
Ma tutto si trasforma. Pure tu. Gli strumenti che hai a disposizione cambiano.
Ed hai almeno un paio di cose – … no, di più – che gli animali non hanno (o quanto meno così ce la raccontiamo, poi non si sa, io dei dubbi ce li avrei pure): il dono della parola, il raziocinio e la capacità di farne a meno quando occorre, la consapevolezza, la possibilità di instaurare le relazioni al di fuori di schemi fissi precostituiti; hai il presente e sai di averlo o quanto meno ci puoi pensare. E sai che tutto si trasforma. Tutto. E ci sono cose che puoi trasformare con le tue stesse mani, persino tenendole in tasca.
Si potrebbero gocciolare rimembranze in episodi, transitarli altrove, su una specie di pianeta dei ricordi dove giochino a nascondino o si svelino, dove ritrovino la loro identità, una qualsiasi, ma distinta da quella del passato, discinta. Come fossero filastrocche incistidate nel cervello disincastrate e fatte libere con un unico semplice gesto o con uno squillo dell’ugola.
Quindi, io coi fantasmi non ci sto.
(hahaha)
«Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Ecco tutto il segreto dell’autonomia e l’unico principio di una educazione in cui si tratta di imparare a imparare da soli.»
Noi che desideriamo senza fine, Raoul Vaneigem
Pisa, 5/2/99. Stringimi la mano e via!
25 maggio 2010
«Un giorno una parola si vestì di luce (…)»
Un giorno la ritrovai.
«Sarà un ballo tra le parole e tu per seguirmi dovrai chiudere gli occhi (…)»
Li ho chiusi, e ho sognato.
Non riuscivo più a riaprire gli occhi né a rispondere alle domande; non so bene, ma qualcuno me ne faceva, nel sogno.
E quando t’ho visto eri altissimo, le parole affogate in un’emozione strana.
Le mani incollate, colpa mia.
Una donna cambia età davanti ai miei occhi, non la conosco.
Ma a te ti conosco, sei mi cugino mi cugino (witty -spot!spot!- funny -spot!spot!- satiric -spot!spot!- musical -spot!spot!- bizzarre -spot!spot!- political -spot!spot!- metaphorical -spot!spot!); quello che stritolavo in abbracci invadenti da piccolino. Arricciavi la bocca e guardavi dall’altro lato e i nostri si divertivano a chiedermi, piccola tappetta già occhialuta, Chi sposerai da grande? Ed io non avevo dubbi.
Ginocchia scorticate, escursioni in ville di campagna abbandonate, grano verde suonato dal vento come violino; biciclette, pallone, chiocciole dopo la pioggia, un nonno rompicoglioni, la nutella loffia di zia Cecì; panini alla mortadella e coro sulla sigla di Giatrus.
Pausa. Gli adolescenti prendono il posto dei bambini, i ventenni quello degli adolescenti.
Io sto male; tu stai male. Voci, e chilometri di distanza in mezzo.
Tu vai, io vado. Tu stai meglio e io pure.
Come facce di una stessa medaglia infilate in due collane diverse.
O è solo una mia fantasiosa idea.
Ad ogni modo, c’è un problema: non ho ancora visto Arancia Meccanica… Scandalotico! :-)
«Un giorno una parola si vestì di luce e molto allegramente se ne andò in giro per un racconto (…) »
(Take me out)
Forse in una mattina inventata, in un posto di fantasia faremo due chiacchiere. a schema libero.
(Take me out)
Forse in una mattina inventata, in un posto di fantasia faremo due chiacchiere. a schema libero.







