Vecchi merletti
16 febbraio 2012
Ci sono quelle volte,
quelle volte in cui a un certo punto ti fermi e pensi
ardentemente:
“Ci vorrebbe una bella bacchetta magica, nuovo modello, incantesimi turbo, classe energetica A+++”.
Volte, volte in cui
non sai bene se solo per farci una magia o anche per infilarla su per il culo a qualcuno, per poi star lì a vedere se dopo un po’ la starnutiscano dal naso.
Poi opti per la magia, la magia e basta, perché le emozioni in composti arsenicati avvizziscono l’io che – poveretto – cos’avrà fatto mai per meritarlo?
Non si sa.
Però ci sono svolte, svolte di cui
il più profondo e intimo desiderio detieni solo tu.
quelle volte in cui a un certo punto ti fermi e pensi
ardentemente:
“Ci vorrebbe una bella bacchetta magica, nuovo modello, incantesimi turbo, classe energetica A+++”.
Volte, volte in cui
non sai bene se solo per farci una magia o anche per infilarla su per il culo a qualcuno, per poi star lì a vedere se dopo un po’ la starnutiscano dal naso.
Poi opti per la magia, la magia e basta, perché le emozioni in composti arsenicati avvizziscono l’io che – poveretto – cos’avrà fatto mai per meritarlo?
Non si sa.
Però ci sono svolte, svolte di cui
il più profondo e intimo desiderio detieni solo tu.
Settimana dell’incomunicabilità
15 aprile 2011
Ho chiesto a mia madre: “Puoi accompagnarmi in aeroporto venerdì ché Mr. Cì non può?” E lei: “Mmmh, sì, va bene… a che ora?” E io: “Bah, il gate chiude alle sette e mezza, credo… vieni verso le sei e mezza, sette meno un quarto… Poi comunque ci guardo meglio.” E lei: “Va bene, allora poi ci sentiamo:”
Così, ieri ci siamo sentite.
“Allora, a che ora devo passare?”
Trasmestio nella sacca della valigia, foglio A4 Ryanair, telefono incastrato tra spalla e mento: “Dai, passa alle sei e mezza.”
“Va bene, ciao.”
“Ciao.”
Stamattina alle 6:30, il citofono.
Il citofono alle sei e mezza della mattina? Saranno gli operai.
Non erano gli operai: era mia madre che è venuta a prendermi dodici ora prima.
Così, ieri ci siamo sentite.
“Allora, a che ora devo passare?”
Trasmestio nella sacca della valigia, foglio A4 Ryanair, telefono incastrato tra spalla e mento: “Dai, passa alle sei e mezza.”
“Va bene, ciao.”
“Ciao.”
Stamattina alle 6:30, il citofono.
Il citofono alle sei e mezza della mattina? Saranno gli operai.
Non erano gli operai: era mia madre che è venuta a prendermi dodici ora prima.
Perché dio non ha pensato a un catetere gravidazionale
14 aprile 2011
Ieri eravamo in macchina, piccolo eterogeno gruppo. Coltivazione un po’ discontinua di qualcosa, ci conosciamo però da anni.
Si chiacchierava. Avevamo fame. Abbiamo sorpassato l’odore immaginato di un panificio che si fa chiamre Boulangerie, programmavamo una serata in pizzeria in data da definire, ammogliato quello con l’insalata già pronta a casa e gli altri, quelli senza insalata a casa, no.
Tra i fumi della fame e il cielo pulito dalla pioggia, l’ipotesi messa a punto è stata che potrebbe essere congruo congegnare gravidanze fuori dal corpo, un cordone attaccatto all’ombelico e una sacca di contenimento per il piccolo e vederlo crescere e quando diventa troppo ingombrante per portarlo con sé poggiandolo in un sidecar. Gravidanza senza sforzo, indolore.
Ieri mi sembrava un’idea geniale.
Oggi non ne sono già più tanto convinta.
Si chiacchierava. Avevamo fame. Abbiamo sorpassato l’odore immaginato di un panificio che si fa chiamre Boulangerie, programmavamo una serata in pizzeria in data da definire, ammogliato quello con l’insalata già pronta a casa e gli altri, quelli senza insalata a casa, no.
Tra i fumi della fame e il cielo pulito dalla pioggia, l’ipotesi messa a punto è stata che potrebbe essere congruo congegnare gravidanze fuori dal corpo, un cordone attaccatto all’ombelico e una sacca di contenimento per il piccolo e vederlo crescere e quando diventa troppo ingombrante per portarlo con sé poggiandolo in un sidecar. Gravidanza senza sforzo, indolore.
Ieri mi sembrava un’idea geniale.
Oggi non ne sono già più tanto convinta.
Le olive annolica si mangiano anche se non esistono. Ricette
16 settembre 2010
Cinque giorni di sogni e un film che ti ficcano in un tritacarne, poi stai lì mezza attonita mezza allertata e ti fai pepe in grani in un contenitore trasparente; ore da sveglia su chaise-longue velluto rouge a due passi da un pianoforte a coda e a venti passi da un corridoietto tappezzato di specchi e un legume fresco brizzolato che canta; camicia rosso mattone per lui e blu notte per Guccini; passeggiata astigiana con bicchiere al collo e sublimazione Ikea finita sulle pareti di una casa; dentifricio quasi finito, saponette agli sgoccioli, gatto di legno (niente cuore di stagno) e spezie in offerta speciale. Forse, non si sa, uno zerbino a forma di mucca.
Sicché, la frittura delle olive, sorge quasi spontanea.
Per individuare i dati anagrafici dell’ingrediente principessa ci son voluti fantasia e ingegno, poiché nella lingua di mia zia, mutuata da un dialetto secolare, le olive si tuffano in padella convinte di chiamarsi annolica. Solo che le olive annolica non esistono. Google brancolava nel buio e non forniva alcun suggerimento, per cui l’unica era procedere per tentativi fonetici. E mi sa che sono approdata all’origine corretta: ecco qua.
1. Ricetta di zi’ Ca-aa-rmè, donna arcaica, eunuco al contrario, se mio padre fosse un po’ femmina sarebbe lei se lei fosse un po’ più maschio sarebbe mio padre; ricettario ambulante di sapone e sapori fatti a mano, ginocchia valghe, pollici verdi, crema nivea nel barattolo di latta o glicerina offerta speciale; contro lo spreco a prescindere, ché un tempo l’ecologia non l’avevano ancora inventava ma viaggiava nel DNA come il ferro sull’emoglobina. Lungo tavolo di fòrmica chiaro, soffitto alto e i rintocchi del pendolo due stanze più in là. Foto incorniciate di chi è stato e non è più e ricordi leggermente modificati. Finestre di legno e gelosie verdi.
Ce l’hai un frusci-icch? No? Io dico che sì.
Il frusci-icch è la padella antiaderente; quelle vere nero-pece che resistono ai secoli nei secoli non esistono più, quindi dovrai accontentarti di una padella timorosa del cucchiaio d’acciaio, ché se lui si avvicina loro si graffiano. In alternativa si può usare un cuginetto grande del cucchiaio appena citato: il padellino d’acciaio.
Ingredienti (oltre alle olive, nolca):
- 5/6 pomodorini ciliegini freschi che possibilmente siano più buoni di quelli che ho trovato io alla Coop (la quantità – ça va sans dire – è puramente indicativa e dipende dalla quantità di olive che intendi cucinare… in che rapporto i due ingredienti siano tra loro, non è dato sapere)
- olio
- un po’ di sale
Quindi.
Tagliare i pomodorini in due, metterli nel tegamino nel quale si è fatto riscaldare un po’ d’olio e fargli il solletico col sale magro.
Quando cominciano a fare le bollicine per la contentezza, aggiungere le olive dopo averle sciacquate sotto il getto di chiare e fresche acque e lasciarcele a chiacchierare con i pomodorini per circa 5/7 minuti. “Le olive quando si cucinano cominciano ad aprirsi.” Sì, insomma, pare che per gli ortaggi la padella sia l’equivalente di un lettino da psicanalista; bisognerebbe avvisare Woody Allen… magari funziona pure con lui, vai a sapere.
Fine della ricetta numero uno.
Ah, ci inzuppi il pane, ci fai la scarpetta. Un bicchiere di vino ci sta bene, se ti piace. Sennò ti lecchi i baffi a secco.
2. Ricetta di mia madre. A bassa voce e con poco entusiasmo. Però ci puoi condire la pasta.
Ingredienti (oltre alle olive, che qui sono da snocciolare):
- olio
- pomodori ciliegini freschi o in scatola o pomodori a pezzetti, sempre in scatola
- aglio
- (capperi, se li vuoi)
- (prezzemolo, se lo vuoi)
(Mi spiace, il basilico che a noi ci piace tanto, non è contemplato; però chissà.)
Far cucinare e insaporire i pomodorini (o quel che l’è).
Col sugo si condisce la pasta.
Insomma, ricetta senza poesia. Però ce la si può inventare, la poesia, così come un mucchio di altre cose.
- olio
- un po’ di sale
- pomodori ciliegini freschi o in scatola o pomodori a pezzetti, sempre in scatola
- aglio
- (capperi, se li vuoi)
- (prezzemolo, se lo vuoi)
Ten ten
12 agosto 2010
Ieri, il giorno zero del conto alla rovescia per spegnere tutto in ufficio – server, aria condizionata, luci, fotocopiatrice – tirare lo scarico, salutare il portiere e liberarlo dalla mia presenza, l’ultima superstite in tutto lo stabile per cui rimanere a far finta di controllare chi entra e chi esce pistolando davanti ad un pc in un’altra stnaza, mentre la portineria rimane vuota, luce accesa e condizionatore a palla, uova di pinguini.
“Ciao, Antonio. Buone vacanze.”
“Ahhhh, te ne vai. Ciao, Anna.”
Sì, era proprio un sospiro di sollievo: potrà fare il suo orario di servizio fuori servizio.
Oggi è il giorno numero uno che di qui ad arrivare a dieci è un attimo, ma sarà bene che ci stia dentro senza sfuggire, in questi numeri in successione, senza pensare a loro, senza concentrarmi troppo su certe geometrie ed angoli ottusi di pensieri. La verità è che gli aquiloni volano lo stesso anche se non li tieni stretti ad un filo e li lasci andare.
Attraverso gli invisibili buchetti del cellulare, io in corsa per non perdere l’aereo, le ultime novità non so se più disperanti o più folk dalla voce di mia madre che:
“Anna?”
“Ma’, non posso dilungarmi al telefono: tra mezz’ora devo andare via, ho l’aereo.”
“Ma parti oggi? Non domani? Non parti l’undici?”
“Ma’, oggi-è-undici!”
“Oooh, la testa…! E’ che tu non sai cos’è successo… “
Se mi dava dieci nanosecondi facevo subito a indovinare.
“Non ti voglio angosciare…”
E nel frattempo raccontava a mozzichi e bocconi, così giusto per lasciare immaginare il peggio così poi ti alleni a ridimensionare il tutto per ricondurlo alla realtà dei fatti sfrondata dall’AA, la doppietta Ansia-Angoscia che per alcuni pare essere fonte di vita.
Riassumendo: nichilismo e disturbi del comportamento elementare.
Mi esercito a farmi granitica e mi sgretolo nel dialogo in auto con Mr. cì.
A tavolino – anzi a cruscotto – si addiviene all’unica conclusione logica: la famiglia non è un’unità sanabile dall’interno, almeno non nei casi di testardaggine clinica.
E tant’è, tanto vale farsene una ragione e poi vedere come va, consumare le lacrime, sparare a vista i sensi di colpa e far esplodere l’ombelico.
Nel frattempo, in questi giorni dovrò tentare di sedurre un mouse per non rischiare di farmi prendere dalla tentazione di scaraventarlo contro la mela morsa come fa il Paperino del tappetino su cui il sorcio si struscia strafottente.
Cercherò di convincermi che nonostante le apparenze, anche qui tutto sommato è ancora agosto. E fa niente se sembra novembre.
Sono indecisa se avvisare o meno il padrone di casa che ho rischiato di allagargli il bagno, temo potrebbe non esserne particolarmente contento.
Ad ogni modo è tutta colpa di Uri Caine: quello lì è matto e la sua musica mi ha disorientato, mi ha preso alla sprovvista, mi sono distratta.
Padrone di casa ce l’hai un altro tappetino per il bagno? Ché sennò lo compro.
Glielo chiedo.
Cià.
“Anna?”
“Ma’, non posso dilungarmi al telefono: tra mezz’ora devo andare via, ho l’aereo.”
“Ma parti oggi? Non domani? Non parti l’undici?”
“Ma’, oggi-è-undici!”
“Oooh, la testa…! E’ che tu non sai cos’è successo… “
Se mi dava dieci nanosecondi facevo subito a indovinare.
“Non ti voglio angosciare…”
E nel frattempo raccontava a mozzichi e bocconi, così giusto per lasciare immaginare il peggio così poi ti alleni a ridimensionare il tutto per ricondurlo alla realtà dei fatti sfrondata dall’AA, la doppietta Ansia-Angoscia che per alcuni pare essere fonte di vita.
Riassumendo: nichilismo e disturbi del comportamento elementare.
Mi esercito a farmi granitica e mi sgretolo nel dialogo in auto con Mr. cì.
A tavolino – anzi a cruscotto – si addiviene all’unica conclusione logica: la famiglia non è un’unità sanabile dall’interno, almeno non nei casi di testardaggine clinica.
E tant’è, tanto vale farsene una ragione e poi vedere come va, consumare le lacrime, sparare a vista i sensi di colpa e far esplodere l’ombelico.
Cercherò di convincermi che nonostante le apparenze, anche qui tutto sommato è ancora agosto. E fa niente se sembra novembre.
Sono indecisa se avvisare o meno il padrone di casa che ho rischiato di allagargli il bagno, temo potrebbe non esserne particolarmente contento.
Ad ogni modo è tutta colpa di Uri Caine: quello lì è matto e la sua musica mi ha disorientato, mi ha preso alla sprovvista, mi sono distratta.
Glielo chiedo.
Cià.
Fratello Hänsel, sorella sGretela
14 luglio 2010
(S)culture antiche, l’arcaico rimodellato, poppare è anacronistico; lo sai, però non vuoi. Ancora molliche di pane?
Di notte, sogni di granito si sgretolano.
Vecchi edifici abbandonati da risistemare e restaurare – e tu, tu saprai tutto sulla Restaurazione, no? mica come me, che raglio in storia e geografia -, un impianto elettrico tutto da rifare, sennò rischi il corto circuito. E il buio.
Casa di cioccolato alle spalle, si scioglie e fa la pozza. Fondente.
Mattoni in caramello davanti, riprendi il tuo Meccano. Camini di zenzero, semi di papavero
se
mi
no
Bramo suoni di tenda, con la sua zip a contare le stelle poggiate qui lontano su un campeggio un po’ selvaggio, pipì al buio, rumori fantasia.
Piccolo. Spazio. Pu-b-bli-cità! Calzo libri come scarpe e loro mi portano avanti; ogni passo è un libro sotto la pianta dei piedi. Cammino. Non abbiamo gli occhi sulla nuca e non è un caso.
Ogni situazione in ogni angolo di mondo porta il rumore del muscolo cardiaco: se non sei morto, batte. Per tutti, anche per quelli con una faccia di cazzo. Come il respiro, a ciascuno il proprio e meglio non trattenerlo sennò vai in anossia, diventi verde e non è affatto glam.
Sicché.
La soluzione non è la condanna, ma il riscatto, a trick of the tail.
Le père?
2 luglio 2010
Calzini rinacciati con fili colorati
Mia madre mi risponde con tono vagamente corrucciato: nessun matrimonio, nessun nipotino, note malinconiche per un pianoforte che non ha futuro. Quindi il Tribunale Etico della Musica – dico – decreta che venga venduto, accordatura di note e non più silenzio. Siamo tutti d’accordo, sì. Pace.
Lei pensa che l’albero così muoia, ma si preoccupa di un albero con le spine. Che non esiste. E’ l’annoso problema della crocifissione di Cristo. Riveduto e corretto, Gesù scende dalla croce, fa una pernacchia, aglio&olio&basilico&pomodoro sull’ostia, cin col calice dorato. Fine della lagna, si fa sul serio, cioè si dismette questa cupa serietà iconoclasta.
Ci sono alberi centenari che non esibiscono il sé né nella produzione di fiori né di frutti. Sono riparo all’ombra nelle giornate afose, radici robuste che si sviluppano nella terra da secoli, nei secoli; casa se vuoi fare il Siddharta, erba sotto la testa se vuoi far asciugare il sudore all’ombra dopo una partita, una qualsiasi.
Il cinema
Tutto per noi.
Dopo una ristrutturazione durata anni è rimasto uguale – per fortuna – ma nuovo e più pulito. La sala piccolina e sghemba che sembra fatta apposta per assecondare l’estro del coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, lo schermo in alto come certi televisori appesi nelle stanze d’albergo e tu lì a cercare una posizione da montagne russe, con collo reclinato all’indietro, culo e schiena scivolano sulla poltroncina alla ricerca di un assestamento condiviso.
Chinotto, cannuccia e acqua sparkling.
Il mare, fuori, mangia la focaccia.
Scatola dei tesori
“Quando non ci sarò andrà tutto bene: verrai a trovarmi e verrò anch’io.”
Scherzo, mi distraggo perdendomi nelle linee storte sulle pareti, ma sono di burro: questa cosa è bella e sa di buono.
Il film
Louis-Do de Lencquesaing: come in un gioco tranquillo e poco impegnativo in cui si uniscono i puntini, metto a fuoco somiglianze con chi conosco ma no. Lineamenti, corporatura, abiti… occhi? occhi… mh, sì, anche, suppongo di sì; però diversa tessitura della pelle, diverso il ph, diverso il colorito.
Solo che l’attore è il personaggio, ma il personaggio non riesce ad essere attore.
Appendo al muro con una punes un foglio di conclusioni che svolazzano piano.
Il problema sono gli occhi e la storia.
Mi aspetto che succeda qualcosa alle bambine in questa famiglia felice, ma non succede niente. Tutti contenti.
Allora gli occhi, lo sguardo. Capire se è di Grégoire o è Louis-Do de Lencquesaing. Forse in quel punto c’è una fusione, una sorta di alienazione all’interno, perché l’idea è che lui non sia né in quello che sta succedendo né con quelli che gli stanno intorno, a dispetto delle apparenze. E’ altrove, in un non luogo senza via d’uscita. La vita intorno una zattera e non una solida imbarcazione, lui un naufrago.
Stamattina ho letto qualche riga sulle recensioni, sul cast, sulla regista… Poi mi son detta che – chissà – forse il focus è nei 28circa anni di Mia Hansen-Løve: domande a risposte che ancora sta cercando senza porsele, ma semplicemente vivendo. E la sua messa a fuoco è tra le pagine di una sceneggiatura e una cinepresa.
Comunque
Al di là di tutto, la mia conclusione è che autoscomparirsi è come avere una macchia di sugo senza aver mangiato gli spaghetti.
Tutto per noi.
Dopo una ristrutturazione durata anni è rimasto uguale – per fortuna – ma nuovo e più pulito. La sala piccolina e sghemba che sembra fatta apposta per assecondare l’estro del coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, lo schermo in alto come certi televisori appesi nelle stanze d’albergo e tu lì a cercare una posizione da montagne russe, con collo reclinato all’indietro, culo e schiena scivolano sulla poltroncina alla ricerca di un assestamento condiviso.
Chinotto, cannuccia e acqua sparkling.
Il mare, fuori, mangia la focaccia.
“Quando non ci sarò andrà tutto bene: verrai a trovarmi e verrò anch’io.”
Scherzo, mi distraggo perdendomi nelle linee storte sulle pareti, ma sono di burro: questa cosa è bella e sa di buono.
Louis-Do de Lencquesaing: come in un gioco tranquillo e poco impegnativo in cui si uniscono i puntini, metto a fuoco somiglianze con chi conosco ma no. Lineamenti, corporatura, abiti… occhi? occhi… mh, sì, anche, suppongo di sì; però diversa tessitura della pelle, diverso il ph, diverso il colorito.
Solo che l’attore è il personaggio, ma il personaggio non riesce ad essere attore.
Appendo al muro con una punes un foglio di conclusioni che svolazzano piano.
Il problema sono gli occhi e la storia.
Mi aspetto che succeda qualcosa alle bambine in questa famiglia felice, ma non succede niente. Tutti contenti.
Allora gli occhi, lo sguardo. Capire se è di Grégoire o è Louis-Do de Lencquesaing. Forse in quel punto c’è una fusione, una sorta di alienazione all’interno, perché l’idea è che lui non sia né in quello che sta succedendo né con quelli che gli stanno intorno, a dispetto delle apparenze. E’ altrove, in un non luogo senza via d’uscita. La vita intorno una zattera e non una solida imbarcazione, lui un naufrago.
Stamattina ho letto qualche riga sulle recensioni, sul cast, sulla regista… Poi mi son detta che – chissà – forse il focus è nei 28circa anni di Mia Hansen-Løve: domande a risposte che ancora sta cercando senza porsele, ma semplicemente vivendo. E la sua messa a fuoco è tra le pagine di una sceneggiatura e una cinepresa.
Al di là di tutto, la mia conclusione è che autoscomparirsi è come avere una macchia di sugo senza aver mangiato gli spaghetti.
Prigionieri delle aspettative
17 aprile 2010
Capita che i genitori siano come morbillo. In quei casi, se stai lì a toglierti le croste, ti rimangono le cicatrici.
Il rapporto con mia madre assomiglia ad un elettrocardiogramma allo specchio, piatto da un lato e suscettibile di dolorose e rabbiose oscillazioni dall’altro. L’ambizione è l’equilibrio della maturità conquistata, con leggerezza come un volo o con fatica come la scalata e i pioli per l’appiglio da cercare. E quindi, tre linee che si incrociano: nei punti tangenti ci sono io con tutte le mie contraddizioni e le domande e le risposte come bachi da seta o come bruchi che chiedono di diventare farfalle e di vivere magari per più di quindici giorni, se possibile. Forse mi salva la parola scritta. Che nel mio caso non va a riempire gli spazi bianchi, ma si infila nella cruna di congerie di pensieri, li cuce in una trama, li scioglie come olio ayurvedico e immaginare che riscaldi la fronte e scivoli lungo tutto il corpo. Che è la vita come la vorrei. Il mio unico ideale immaginato.
E l’unico neo della primavera è non avere un robottino che lavi il terrazzo al posto mio.
Io, mammeta e tù
17 dicembre 2009
Parla con lei
Ma manco pe’nniente.
__________________________________________________________
Tutto bene, giuro. Ho tolto pure i cerotti… Adesso mi preoccupano di più i lavori di manutenzione della palazzina in cui è inglobata casa spoah… Sala gadula, magica bula… bidibibodibibù…
Ma l’immagine, non è spettacolosa?
…
Però, mò mi chiedo, fino a che punto e in che modo val la pena salvaguardare l’integrità della mela?
Boh.
(P)anni (s)porchi
10 dicembre 2009
Ieri.
Good morning signorina, suo fratello è andato a schiantarsi contro un guard rail per un colpo di sonno. Con la mia macchina.
Faccio click congelando come un vecchio frigorifero quando smette di funzionare prima del round successivo, quando sibila un bizzzz-totonf, borbotta sussultando e poi sta zitto. Subito dopo comincio a sbrinarmi sfoderando begli occhi brillanti che fortunatamente nessuno vede, ché alle otto e zero zero in ufficio figuriamoci se c’è qualcuno.
Assodato che l’incosciente che non riesce a vedere l’incoscienza, ma al massimo la perdita temporanea di coscienza, e sono due cose estremamente diverse (è pazzo) è vivo (diciamo) e che l’auto pare non sia irrimediabilmente distrutta, mi soffermo sbigottita a contemplare la successione di eventi; l’autolesionismo congenito sembra lampeggiare come una scritta a Las Vegas, l’agito si affaccia alla finestra di un inesplorato motel. Ed io mi rassegno al mio ruolo di unica persona posata, l’età non c’entra, il sesso neanche… per non parlare della logica.
Occhei. Va bene, va bene…
Adesso, metabolizzato il trauma, rivisitato il passato, attraversati il giorno e la notte, arrivata fino ad oggi, considerato che Giulia domani mi serve e dopodopodomani pure e dopodopodopodomani anche ed è scontato che dovrò destreggiarmi alla ricerca di una soluzione alternativa, quello che mi chiedo rabbiosamente è: la scelta di dar sfogo alla manie suicide con la mia macchina è davvero casuale? Perché io ci avrei pensato mille volte prima, se avessi avuto sotto il culo il sedile dell’auto di qualcun altro.
Adesso, quindi, ditemi se sapete dov’è nascosto lo sportellino delle pile nell’ homo sapiens. Perché alla fine della prossima settimana vorrei partire per le ferie. Tranquilla. Non pensiorosa come se avessi lasciato a casa due bambini di cinque anni pronti ad infilare tre dita nella presa. Sicché. Pensavo. Io a quei due, prima di andar via, toglierei le pile e li appenderei all’albero.
Poi gliele rimetto quando torno.
Promesso.
Davvero
… Darling






