Kronos e Kairos
15 maggio 2011
Gamberetti croccanti annegano in una vellutata di zucchine, unica zattera un crostino di pane di Savelletri. Bocconcini di pollo imbellettano le ventose con coccarde di verdura. Le melanzane scivolano sui cicatidd che fanno lo slalom su pezzi di pesce spada. Mippì zittisce un camerire già zitto parlandogli a zig zag con un commento che dovrebbe raggiungerlo dopo aver attraversato il timpano di Mr. cì. Ma quell’uomo già zitto e sornione, rimane zitto, sornione e guadagna qualche punto in senzapallaggine. Il vino sbuca dal cestello con malizia timida, bianco sarebbe stato troppo chiaro, rosso troppo scuro, rosato ci accompagna con discrezione, sapore cald’allegro. Lieve scirocco muove il mare, occhiali scuri per riposare gli occhi dal sole. Si parla di rapporti di coppia, compromessi; innominato, l’amore, non so se ce lo siamo scordato. Il fatto è che non sai mai bene se nel tuo Ṛtú l’altro è disposto ad entrare. Poi ti dici: Non chiudertici dentro e non scappare, anche quando c’è quel qualcosa che, per un motivo o per un altro, fa male.
Cecilia
5 maggio 2011
“Il mio medico ayurveda mi ha detto di mangiare la soia ché pu-ri-fi-ca. E allora ieri sera me la sono preparata. L’ho condita con guanciale fritto con la cipolla.”
Ognuno ha gli amici che si merita :-)
Uno dei motivi per cui amo Mr. Cì è che lui mi racconta cose così:
“Ah, sai l’ultima? Il mio orecchio sinistro espelle l’auricolare: non sono più compatibili!”
E tutte le volte che può è lui che viene a prendermi in aeroporto – io in versione Giuletta di ritorno dal monte(cchi), dramma d’ammmore senza balconcini ma con parecchie capulete di minchia – con la sua macchina da fumetto e una ciotola di insalata di riso per sfamarmi.
No, non posso lamentare un «deficit da accudimento».
No, non posso lamentare un «deficit da accudimento».
Perché dio non ha pensato a un catetere gravidazionale
14 aprile 2011
Ieri eravamo in macchina, piccolo eterogeno gruppo. Coltivazione un po’ discontinua di qualcosa, ci conosciamo però da anni.
Si chiacchierava. Avevamo fame. Abbiamo sorpassato l’odore immaginato di un panificio che si fa chiamre Boulangerie, programmavamo una serata in pizzeria in data da definire, ammogliato quello con l’insalata già pronta a casa e gli altri, quelli senza insalata a casa, no.
Tra i fumi della fame e il cielo pulito dalla pioggia, l’ipotesi messa a punto è stata che potrebbe essere congruo congegnare gravidanze fuori dal corpo, un cordone attaccatto all’ombelico e una sacca di contenimento per il piccolo e vederlo crescere e quando diventa troppo ingombrante per portarlo con sé poggiandolo in un sidecar. Gravidanza senza sforzo, indolore.
Ieri mi sembrava un’idea geniale.
Oggi non ne sono già più tanto convinta.
Si chiacchierava. Avevamo fame. Abbiamo sorpassato l’odore immaginato di un panificio che si fa chiamre Boulangerie, programmavamo una serata in pizzeria in data da definire, ammogliato quello con l’insalata già pronta a casa e gli altri, quelli senza insalata a casa, no.
Tra i fumi della fame e il cielo pulito dalla pioggia, l’ipotesi messa a punto è stata che potrebbe essere congruo congegnare gravidanze fuori dal corpo, un cordone attaccatto all’ombelico e una sacca di contenimento per il piccolo e vederlo crescere e quando diventa troppo ingombrante per portarlo con sé poggiandolo in un sidecar. Gravidanza senza sforzo, indolore.
Ieri mi sembrava un’idea geniale.
Oggi non ne sono già più tanto convinta.
*
Nella tua analisi ci leggo due te: una, l’intellettuale, che capisce le cose, le sa, le sa spiegare e ti sa proporre un’alternativa e poi l’altra te che pare incazzarsi per motivi tutti suoi personali. Siccome poi le due si confondono, non riesco a capire dove finisce l’una e comincia l’altra. Però in realtà sei tutt’una e io sono anche solita farmi delle pippe.
Ora ti dico perché ho letto quel libro. Ho letto quel libro perché lo avevo preso chissà quando da Mr. Cì e volevo restituirglielo: fa parte della logica dell’impacchettamento-da-trasloco e rientra in una mia personale forma di psicosi dell’ordine (potrei anche chiamarla compensazione). L’ho letto anche perché è breve e scritto non troppo piccolo e perché credo (ma poi mi è sorto il dubbio, ed è una cosa la cui veridicità mi riservo di appurare) che ci sia stato consigliato da una persona che mi piace parecchio. In altre circostanze è abbastanza improbabile che mi sarei sciroppata un testo di sociologia (posso chiamarla così, no?) che disquisisce di globalizzazione. Dai miei (pochi) approcci con la sociologia è scaturito un interesse scialbo per una materia che considero per lo più sterile e che mi sembra si limiti a condensare certa fenomenologia in definizioni chiave, che possono fornire degli input per evolvere altrove e in altro modo (ciascuno trovi il proprio) ma che personalmente non mi sembrano in sé particolarmente costruttivi e – soprattutto – sono completamente scevri da una qualsiasi componente emotiva. Nella sociologia mi sembra non ci sia passione e una materia “umanistica” priva di passione a una come me è difficile che piaccia.
Detto questo, in quel libro ho trovato alcune cose che mi hanno fatto riflettere, concetti che sono solo un trampolino di lancio per esplorare territori altri coi miei pensieri: non è abbracciare una filosofia in toto o farle i salamelecchi. Giddens non lo conosco. Quello che ho trattenuto della sua disquisizione sulla globalizzazione sono alcune considerazioni storiche e altre che assomigliano più a un “fare il punto della situazione” che mi sembra(va)no utili per mettere una specie di ordine nell’idea della trasformazione del mondo, è una sorta di schematizzazione (non la stalattizzazione di concetti e pensiero), con tutti i limiti che uno schema comporta. Eppure credo che se a livello nazionale e politico quelle spesso teste di rape che governano, riuscissero a fare davvero il punto della situazione e decidere per algoritmi piuttosto che secondo la logica del profitto (sempre e solo secondo quella) avremmo qualche speranza in più di allungarci la vita e viverla – a livello transnazionale e personale – meglio. C’è una sottile linea di confine tra utopia e possibilità di realizzazione; su quella linea ci tocca fare del funambolismo e, a volte, trovare appigli “nozionistici” può essere utile.
Dare nomi alle cose è un limite nella misura in cui non si lascia campo d’azione alla capacità di discernimento.
Giddens introduce certi concetti che descrivono fenomeni noti e che in una certa misura li fissano e li chiariscono. Il punto è non congelarli.
Quando parla di “colonizzazione alla rovescia” e la spiega, io per la mia esperienza, la riconosco e ora so anche chiamarla per “citarla in giudizio”. Idem quando parla di “istituzioni guscio”, quelle che portano i nomi di sempre ma sono necessariamente svuotate delle loro peculiarità originarie. Quando scrive della “democrazia delle emozioni” sembra un po’ Alberoni ma, epurata, quell’espressione può essere fruibile, per lo meno in certi ambiti. Persino l’auspicata realizzazione di una “cultura civica progressista”, porta con sé il germe di qualcosa che non mi torna ma solo nella misura in cui lo percepisco come un concetto politico ipocrita. Però questo dipende dal fatto che l’ipocrisia la fa da padrone: è il peggiore inquinante.
Ora ti dico perché ho letto quel libro. Ho letto quel libro perché lo avevo preso chissà quando da Mr. Cì e volevo restituirglielo: fa parte della logica dell’impacchettamento-da-trasloco e rientra in una mia personale forma di psicosi dell’ordine (potrei anche chiamarla compensazione). L’ho letto anche perché è breve e scritto non troppo piccolo e perché credo (ma poi mi è sorto il dubbio, ed è una cosa la cui veridicità mi riservo di appurare) che ci sia stato consigliato da una persona che mi piace parecchio. In altre circostanze è abbastanza improbabile che mi sarei sciroppata un testo di sociologia (posso chiamarla così, no?) che disquisisce di globalizzazione. Dai miei (pochi) approcci con la sociologia è scaturito un interesse scialbo per una materia che considero per lo più sterile e che mi sembra si limiti a condensare certa fenomenologia in definizioni chiave, che possono fornire degli input per evolvere altrove e in altro modo (ciascuno trovi il proprio) ma che personalmente non mi sembrano in sé particolarmente costruttivi e – soprattutto – sono completamente scevri da una qualsiasi componente emotiva. Nella sociologia mi sembra non ci sia passione e una materia “umanistica” priva di passione a una come me è difficile che piaccia.
Detto questo, in quel libro ho trovato alcune cose che mi hanno fatto riflettere, concetti che sono solo un trampolino di lancio per esplorare territori altri coi miei pensieri: non è abbracciare una filosofia in toto o farle i salamelecchi. Giddens non lo conosco. Quello che ho trattenuto della sua disquisizione sulla globalizzazione sono alcune considerazioni storiche e altre che assomigliano più a un “fare il punto della situazione” che mi sembra(va)no utili per mettere una specie di ordine nell’idea della trasformazione del mondo, è una sorta di schematizzazione (non la stalattizzazione di concetti e pensiero), con tutti i limiti che uno schema comporta. Eppure credo che se a livello nazionale e politico quelle spesso teste di rape che governano, riuscissero a fare davvero il punto della situazione e decidere per algoritmi piuttosto che secondo la logica del profitto (sempre e solo secondo quella) avremmo qualche speranza in più di allungarci la vita e viverla – a livello transnazionale e personale – meglio. C’è una sottile linea di confine tra utopia e possibilità di realizzazione; su quella linea ci tocca fare del funambolismo e, a volte, trovare appigli “nozionistici” può essere utile.
Dare nomi alle cose è un limite nella misura in cui non si lascia campo d’azione alla capacità di discernimento.
Giddens introduce certi concetti che descrivono fenomeni noti e che in una certa misura li fissano e li chiariscono. Il punto è non congelarli.
Quando parla di “colonizzazione alla rovescia” e la spiega, io per la mia esperienza, la riconosco e ora so anche chiamarla per “citarla in giudizio”. Idem quando parla di “istituzioni guscio”, quelle che portano i nomi di sempre ma sono necessariamente svuotate delle loro peculiarità originarie. Quando scrive della “democrazia delle emozioni” sembra un po’ Alberoni ma, epurata, quell’espressione può essere fruibile, per lo meno in certi ambiti. Persino l’auspicata realizzazione di una “cultura civica progressista”, porta con sé il germe di qualcosa che non mi torna ma solo nella misura in cui lo percepisco come un concetto politico ipocrita. Però questo dipende dal fatto che l’ipocrisia la fa da padrone: è il peggiore inquinante.
Sorellanza fluida
31 gennaio 2011
Con te è come essere sempre in terapia di gruppo,
malmostoso senso
Con te
è come odiarti
e amarti,
ascoltarsi scuotersi
calmarsi
fare la guerra, puntare la pace
sentirsi
pagare un debito, riscuotere un sogno
è come odiarsi e amarsi
il bzzzz bzzz della fine delle trasmissioni
e poi pasticciare il mondo.
malmostoso senso
Con te
è come odiarti
e amarti,
ascoltarsi scuotersi
calmarsi
fare la guerra, puntare la pace
sentirsi
pagare un debito, riscuotere un sogno
è come odiarsi e amarsi
il bzzzz bzzz della fine delle trasmissioni
e poi pasticciare il mondo.
E’.
Giocare alla corda con un vecchio calzino odore borotalco e poi inciamparci quando ormai è solo idea obsoleta introiettata da un esterno-altro che non ci, non mi apparteneva, anche se sono libera dalle briglie (ciascuna delle due redini attaccate al morso) di chi l’ha fabbricata a proprio uso e consumo, intrappolato nelle frustrazioni partorite con cecità difensiva e offensiva dall’inseguimento monco delle tracce di quel codice penale che è un antico arcaico testamento a cui il tempo forse cambia il nome ma non l’(ovvia) innaturalezza.
Credo.
Ace or base?
Giocare alla corda con un vecchio calzino odore borotalco e poi inciamparci quando ormai è solo idea obsoleta introiettata da un esterno-altro che non ci, non mi apparteneva, anche se sono libera dalle briglie (ciascuna delle due redini attaccate al morso) di chi l’ha fabbricata a proprio uso e consumo, intrappolato nelle frustrazioni partorite con cecità difensiva e offensiva dall’inseguimento monco delle tracce di quel codice penale che è un antico arcaico testamento a cui il tempo forse cambia il nome ma non l’(ovvia) innaturalezza.
Credo.
Ace or base?
Zero conversazione
27 agosto 2010
Non va tanto bene, tuttavia; conoscendomi da quando mi conosco, posso affermare, una delle mie peculiarità è il chiacchericcio che pressocché costantemente rimbomba nella (mia) scatola cranica: rumore e silenzio o rumore su rumore; un po’ come avere il televisore acceso senza audio, a volte. Non lusingo il mio frullo, ma lo capisco, povero lui cervello che si cimenta. Usato troppo, troppo poco o usato male. Tant’è. Ieri, odore di candeggina a cenerentolare in bagno, strofinando la spugnetta sul wc, mi si è accesa una lampadina a risparmio energetico dietro l’occipitale e mi son ritrovata a considerare che se ogni volta che si affaccia una domanda, prima di autoargomentarmi alla ricerca del bandolo della matassa, mi chiedessi se dalla risposta scaturirebbe un sia pur minuscolo beneficio, in termini di miglioramento del macro o microcosmo intorno, forse starei molto più zitta.
Risultato: bossa nova, zerosospiro.
Stamattina in treno il chiacciericcio era tra due, sedute nella fila a fianco alla mia: chiamasi conversazione.
Ho sollevato lo sguardo, incappando in un sedile vuoto di fronte a me.
Risultato: zero conversazione.
Tirando le somme: le persone che amo, in qualsiasi accezione, ho voglia di sentirle, parlarci e riderci addosso; che mi ascoltino, che mi parlino, che mi ridano addosso.
Fare il troll può essere più semplice, ma non mi basta.
ssss ms ssss
24 agosto 2010
Mi sento come uno Stuka abbattuto nei cieli d’Inghilterra (…) firmato, Luftwaffe.
P.S.: i riferimenti storici te li spiego stasera.
I will miss ‘u, Mr. cì
P.S.: i riferimenti storici te li spiego stasera.



