Le caprette ci fanno ciao
20 settembre 2011
Mangiare troppo formaggio, nei soggetti predisposti, può causare allucinazioni Heidiogene.
Già va bene se non ho sognato di trombare con Peter col berretto da pastorello alpino calato sulla testa.
Ho-la-lai-di, Lai-di, Lai-di, Lai-di, Ha-ho!
Ma volere o volare lo si doveva mangiare.
Storia di quando non sai a cosa punto il tuo dito di bimba dall’occhio luccicante che chiede, topo inebriato dall’odore, un pezzo di formaggio, però ti sembra che il tuo desiderio sarà appagato poggiando quel pezzo di latte di mucca sul palato.
Poi scopri che hai sbagliato, che lui è troppo salato e ti dici Vabbé con viso un po’ corrucciato. Il punto è che c’è qualcuno che agisce per orgoglio oltraggiato.
Così succede che l’errore poco saggio sul formaggio si trasmuta in punizione. Sofferto è ogni boccone da mandar giù per espiazione: a nulla vale il legittimo impedimento se proprio proprio non sei contento.
Sicché un bel giorno tu ti chiedi se per una qualche bugiarda astrusa alchimia, ad ogni sbaglio – o quel che sia – vero o finto, adesso, dopo, oppure mai, non abbini per solo imprinting il cilicio commutato in un grezzo eppur sincero automartellamento attualizzato.
Hey, sic!
Poi scopri che hai sbagliato, che lui è troppo salato e ti dici Vabbé con viso un po’ corrucciato. Il punto è che c’è qualcuno che agisce per orgoglio oltraggiato.
Così succede che l’errore poco saggio sul formaggio si trasmuta in punizione. Sofferto è ogni boccone da mandar giù per espiazione: a nulla vale il legittimo impedimento se proprio proprio non sei contento.
Sicché un bel giorno tu ti chiedi se per una qualche bugiarda astrusa alchimia, ad ogni sbaglio – o quel che sia – vero o finto, adesso, dopo, oppure mai, non abbini per solo imprinting il cilicio commutato in un grezzo eppur sincero automartellamento attualizzato.
Hey, sic!
‘O miracOlo nella ciotola
29 giugno 2011
Insalata di riso decisamente salata e tuttavia assolutamente insipida.
Papille gustative sbigottite.
Gatti disinteressati, con convinzione, per apatia da calura.
Sono pronta per il catering ad omicidio, senza spargimenti di sangue: solo di sale e ingredienti distribuiti a minchia.
Papille gustative sbigottite.
Gatti disinteressati, con convinzione, per apatia da calura.
Sono pronta per il catering ad omicidio, senza spargimenti di sangue: solo di sale e ingredienti distribuiti a minchia.
Kronos e Kairos
15 maggio 2011
Gamberetti croccanti annegano in una vellutata di zucchine, unica zattera un crostino di pane di Savelletri. Bocconcini di pollo imbellettano le ventose con coccarde di verdura. Le melanzane scivolano sui cicatidd che fanno lo slalom su pezzi di pesce spada. Mippì zittisce un camerire già zitto parlandogli a zig zag con un commento che dovrebbe raggiungerlo dopo aver attraversato il timpano di Mr. cì. Ma quell’uomo già zitto e sornione, rimane zitto, sornione e guadagna qualche punto in senzapallaggine. Il vino sbuca dal cestello con malizia timida, bianco sarebbe stato troppo chiaro, rosso troppo scuro, rosato ci accompagna con discrezione, sapore cald’allegro. Lieve scirocco muove il mare, occhiali scuri per riposare gli occhi dal sole. Si parla di rapporti di coppia, compromessi; innominato, l’amore, non so se ce lo siamo scordato. Il fatto è che non sai mai bene se nel tuo Ṛtú l’altro è disposto ad entrare. Poi ti dici: Non chiudertici dentro e non scappare, anche quando c’è quel qualcosa che, per un motivo o per un altro, fa male.
Cecilia
5 maggio 2011
“Il mio medico ayurveda mi ha detto di mangiare la soia ché pu-ri-fi-ca. E allora ieri sera me la sono preparata. L’ho condita con guanciale fritto con la cipolla.”
Ognuno ha gli amici che si merita :-)
Como sum?
25 marzo 2011
Metterli a bagno una notte intera (tirulì tirulà)
In una bacinella che non sia nera nera (per carità per carità)
In acqua senza sale li devi cucinare
E per almeno un’ora facceli stare (facceli star!)
Dopo di che li devi scolare
per due volte nell’acqua fresca li devi sciacquare
e poi per due ore ce li devi lasciare,
perché il sapore amaro se ne vuole andare.
Prendi un tegame (lascia il salame!),
aglio, prezzemolo, pepe, sale, olio e poca poca acqua ci devi ficcare.
Posaci dentro i lampascioni,
con la forchetta li devi schiacciare
e poi ancora
aglio, prezzemolo, pepe, sale e olio ci devi su adagiare.
In uno scodellino sbatti le uova con un po’ di formaggio e il sale.
La fiamma sotto la padella ora deve brillare
l’uovo sui lampascioni ci devi versare
e col coperchio li devi lasciar coricare
finchè un copertina d’uovo
sia cotta e pronta
per farceli assaporare
(tirulì tirulà)
In una bacinella che non sia nera nera (per carità per carità)
In acqua senza sale li devi cucinare
E per almeno un’ora facceli stare (facceli star!)
Dopo di che li devi scolare
per due volte nell’acqua fresca li devi sciacquare
e poi per due ore ce li devi lasciare,
perché il sapore amaro se ne vuole andare.
Prendi un tegame (lascia il salame!),
aglio, prezzemolo, pepe, sale, olio e poca poca acqua ci devi ficcare.
Posaci dentro i lampascioni,
con la forchetta li devi schiacciare
e poi ancora
aglio, prezzemolo, pepe, sale e olio ci devi su adagiare.
In uno scodellino sbatti le uova con un po’ di formaggio e il sale.
La fiamma sotto la padella ora deve brillare
l’uovo sui lampascioni ci devi versare
e col coperchio li devi lasciar coricare
finchè un copertina d’uovo
sia cotta e pronta
per farceli assaporare
(tirulì tirulà)
Gigomma
30 ottobre 2010
Gomma da masticare che passa di bocca in bocca con un bacio
i quattro elementi li conosce tutti e non ne riassume nessuno
nessuna particolare preferenza per una sola forma
si riappallottola e poi si trasforma
si allunga si accorcia
fa le facce
masticata mastica.
Mi piace questa bocca con la porta rossa e le pareti gialle
è come essere in un fumetto della Marvel
non supereroi, solo extra ordinari
e una bellissima copertina
(No, no, non quella di Linus)
i quattro elementi li conosce tutti e non ne riassume nessuno
nessuna particolare preferenza per una sola forma
si riappallottola e poi si trasforma
si allunga si accorcia
fa le facce
masticata mastica.
è come essere in un fumetto della Marvel
non supereroi, solo extra ordinari
e una bellissima copertina
(No, no, non quella di Linus)
Se le ricce e le cicerchie potessero parlare
10 ottobre 2010
Se le cicerchie potessero parlare, nominerebbero una Capa Cicerchia e la manderebbero da me con un proclama.
Nel proclama si direbbero contrariate dal modo, dai tempi, dalle spezie, dal prima, dal dopo, dal poi, perché non s’è mai visto – o forse sì, ma fa lo stesso -, che le si metta in pentola con tanta noncuranza e approssimazione di intenti, dopo il seme, l’albero, il raccolto, la strada per arrivare fin dentro il contenitore plastica trasparente del fruttivendolo strano del quartiere costiero della città del sud. Non va bene, direbbero. E’ un’eresia, direbbero. Un’ingiustizia, direbbero. Un’enorme cattiveria, direbbero. Ed io non potrei che essere d’accordo con loro. Non va bene neanche per me, direi. Per me come non mi considero quasi mai, ossia un essere vivente. Per il quale dovrei avere lo stesso rispetto e considerazione che la cicerchia, se potesse parlare, rivendicherebbe a parole nostre, ché tanto noi le sue è difficile che le capiamo. Io, per esempio, il cicerchiese lo sto imparando appena adesso.
Se la riccia, quella piccola riccia della domenica, imbiancata dallo zucchero a velo, impreziosita dalla spumosa crema, se potesse parlare, beh, lei avrebbe denunciato il fornaio, perché non è nata per avere il sapore dell’uovo stantìo: è nata riccia e la riccia vuole fare. La piccola riccia della domenica… ci vuole un fiore anche per lei.
Se le ricce e le cicerchie potessero parlare direbbero: Per fare tutto ci vuole un fiore.
Dalla fruttivendola e nipote. La nipote a un certo punto sparisce ingoiata da un supermercato
19 settembre 2010
UOVA BIANCHE, recita il cartello che campeggia di fronte all’ingresso.
Una signora si rianima con un Uhhh, da quanto tempo non ne vedo… ! Aggiunge pure quelle agli acquisti e va via.
Moi, un occhio qua, un altro là, orecchie ovattate un po’.
Uomo che inforca occhiali da sole nella penombra: “Le hai comprate le buste?”
Signora fruttivendola: “Ma sì!”
Uomo che persevera nell’inforcare occhiali da sole nella penombra: “Gli indiani, gli indiani reclamano le buste… stanno come tigri del Bengala!”
Signora fruttivendola: “Le ho comprate le buste… Cosa prende?”
Oltre alle uova minimal? Mmmmh… “Un’insalata…”
“Le va bene la lattuga?”
“Sì, grazie.”
Ma sì, va bene la tuca tuca…
E se qualcuno ruba un fiore per me che sia un broccolo con le alucce.
Una signora si rianima con un Uhhh, da quanto tempo non ne vedo… ! Aggiunge pure quelle agli acquisti e va via.
Moi, un occhio qua, un altro là, orecchie ovattate un po’.
Uomo che inforca occhiali da sole nella penombra: “Le hai comprate le buste?”
Signora fruttivendola: “Ma sì!”
Uomo che persevera nell’inforcare occhiali da sole nella penombra: “Gli indiani, gli indiani reclamano le buste… stanno come tigri del Bengala!”
Signora fruttivendola: “Le ho comprate le buste… Cosa prende?”
Oltre alle uova minimal? Mmmmh… “Un’insalata…”
“Le va bene la lattuga?”
“Sì, grazie.”
Ma sì, va bene la tuca tuca…
E se qualcuno ruba un fiore per me che sia un broccolo con le alucce.
Le olive annolica si mangiano anche se non esistono. Ricette
16 settembre 2010
Cinque giorni di sogni e un film che ti ficcano in un tritacarne, poi stai lì mezza attonita mezza allertata e ti fai pepe in grani in un contenitore trasparente; ore da sveglia su chaise-longue velluto rouge a due passi da un pianoforte a coda e a venti passi da un corridoietto tappezzato di specchi e un legume fresco brizzolato che canta; camicia rosso mattone per lui e blu notte per Guccini; passeggiata astigiana con bicchiere al collo e sublimazione Ikea finita sulle pareti di una casa; dentifricio quasi finito, saponette agli sgoccioli, gatto di legno (niente cuore di stagno) e spezie in offerta speciale. Forse, non si sa, uno zerbino a forma di mucca.
Sicché, la frittura delle olive, sorge quasi spontanea.
Per individuare i dati anagrafici dell’ingrediente principessa ci son voluti fantasia e ingegno, poiché nella lingua di mia zia, mutuata da un dialetto secolare, le olive si tuffano in padella convinte di chiamarsi annolica. Solo che le olive annolica non esistono. Google brancolava nel buio e non forniva alcun suggerimento, per cui l’unica era procedere per tentativi fonetici. E mi sa che sono approdata all’origine corretta: ecco qua.
1. Ricetta di zi’ Ca-aa-rmè, donna arcaica, eunuco al contrario, se mio padre fosse un po’ femmina sarebbe lei se lei fosse un po’ più maschio sarebbe mio padre; ricettario ambulante di sapone e sapori fatti a mano, ginocchia valghe, pollici verdi, crema nivea nel barattolo di latta o glicerina offerta speciale; contro lo spreco a prescindere, ché un tempo l’ecologia non l’avevano ancora inventava ma viaggiava nel DNA come il ferro sull’emoglobina. Lungo tavolo di fòrmica chiaro, soffitto alto e i rintocchi del pendolo due stanze più in là. Foto incorniciate di chi è stato e non è più e ricordi leggermente modificati. Finestre di legno e gelosie verdi.
Ce l’hai un frusci-icch? No? Io dico che sì.
Il frusci-icch è la padella antiaderente; quelle vere nero-pece che resistono ai secoli nei secoli non esistono più, quindi dovrai accontentarti di una padella timorosa del cucchiaio d’acciaio, ché se lui si avvicina loro si graffiano. In alternativa si può usare un cuginetto grande del cucchiaio appena citato: il padellino d’acciaio.
Ingredienti (oltre alle olive, nolca):
- 5/6 pomodorini ciliegini freschi che possibilmente siano più buoni di quelli che ho trovato io alla Coop (la quantità – ça va sans dire – è puramente indicativa e dipende dalla quantità di olive che intendi cucinare… in che rapporto i due ingredienti siano tra loro, non è dato sapere)
- olio
- un po’ di sale
Quindi.
Tagliare i pomodorini in due, metterli nel tegamino nel quale si è fatto riscaldare un po’ d’olio e fargli il solletico col sale magro.
Quando cominciano a fare le bollicine per la contentezza, aggiungere le olive dopo averle sciacquate sotto il getto di chiare e fresche acque e lasciarcele a chiacchierare con i pomodorini per circa 5/7 minuti. “Le olive quando si cucinano cominciano ad aprirsi.” Sì, insomma, pare che per gli ortaggi la padella sia l’equivalente di un lettino da psicanalista; bisognerebbe avvisare Woody Allen… magari funziona pure con lui, vai a sapere.
Fine della ricetta numero uno.
Ah, ci inzuppi il pane, ci fai la scarpetta. Un bicchiere di vino ci sta bene, se ti piace. Sennò ti lecchi i baffi a secco.
2. Ricetta di mia madre. A bassa voce e con poco entusiasmo. Però ci puoi condire la pasta.
Ingredienti (oltre alle olive, che qui sono da snocciolare):
- olio
- pomodori ciliegini freschi o in scatola o pomodori a pezzetti, sempre in scatola
- aglio
- (capperi, se li vuoi)
- (prezzemolo, se lo vuoi)
(Mi spiace, il basilico che a noi ci piace tanto, non è contemplato; però chissà.)
Far cucinare e insaporire i pomodorini (o quel che l’è).
Col sugo si condisce la pasta.
Insomma, ricetta senza poesia. Però ce la si può inventare, la poesia, così come un mucchio di altre cose.
- olio
- un po’ di sale
- pomodori ciliegini freschi o in scatola o pomodori a pezzetti, sempre in scatola
- aglio
- (capperi, se li vuoi)
- (prezzemolo, se lo vuoi)








