C’erano una volta e ci sono ancora politiche del personale che hanno l’imprinting dello spot degli anni ottanta della Zucchetti, con una variante: spostati i rubinetti per tappare le falle, i rubinetti hanno la ruggine, ma – fa niente – l’importante era tappare il buco.
Prima di me una serie non so quanto lunga di brave (oppure no) persone, sconosciute (oppure no), ormai morte (alcune sì, altre no), si sono chiuse alle spalle la stessa porta anticorodal e poi una vecchia cancellata a soffietto color panna scrostato che avrebbe bisogno di litri di olio o braccia più forti; infine un giro di catena e il clic di un lucchetto a rendere in Amarcord sensazioni altrimenti difficilmente descrivibili.
Sentire addosso che il percorso su quella striscia bianca al centro della strada, odorosa di cipolla come può esserlo l’idealismo, continuerà a sballottolarti ad ogni passaggio di chi sfreccia con superficialità noncurante, beffeggiandoti con una pernacchia o semplicemente evitandoti per puro caso, come si fa con i sassolini o con le formiche. E capire che, fa niente, preferisci fare il sassolino nella scarpa e la formica con la tosse.
Koff, koff!

Verniciamento

13 novembre 2011


L’installazione più interessante è l’ingresso. Ché se ti trovi di fronte alla scelta tra l’entrata per i VIP e quella disaggettivata, mentre decidi da quale delle due varcare la soglia per accedere allo show, sei già dentro la diapositiva di questo tempo che, non trovando scampo e vie d’uscita innovative, si ritrova appiattito senza entusiasmo su rivisitazioni vintage e sperimentazioni molli che fanno un po’ tristezza, ma forse annunciano un futuro di riscatto.
Innestato in questo presente.

Saracinesche sul mondo

2 novembre 2011


Entro, saluto, incespico in una decina di unghie quadrate maltagliate e in ciocche di capelli tinti a minchia, stivaletti bassi e andature strascicate; curioso intorno, leggo:
«Si ricorda hai nostri clienti»

Rivoglio la pappa col pomodoro.
Oppure datemi un martello.

A qualcuno piace Calvi

14 luglio 2011


Quando sei vicino al palco, succede che senti i bassi rimbalzare nel petto e nella gola come se avessi due cuori, uno artificiale, che vibra come e più di quello naturale. Azzardando analogie poco credibili cominci a pensare che, tutto sommato, che te ne faresti di tanti centimetri in più se a essere bassi si ottengono risultati così? Poi pensi agli acuti, ché quelli sono alti, e ti rimbrotti. Segue l’illuminazione karmica dell’ Ecco perché la danza classica non fa per me, consapevole che chi ci capisce è bravo e che se non ci capisci non fa niente.
Poi ti accorgi che c’è un astruso brusio che mancano solo arachidi e pizzette, come se sul palco ci fosse una radio accesa vicino al microfono e non qualcuno a suonare.
Aspettano la Calvi, mi dici.
Non mi sembra un motivo sufficiente, mi dico.
Però vabbè, mi dico pure, pane al pane vino al vino e corro con lo sguardo al mio vicino.
Quello che chissà dove e in quale vita ho conosciuto: stesso tic del polpaccio basculante, stesso naso con la punta buona per far fare lo scivolo sicuro ai bambini, e la sigaretta come se avesse ancora qualche broncio di sottomissione materna da smaltire. Pace.
Poi Humpty Dumpty che non «sedeva sul muro», ma era poggiato alla transenna a scattare fotografie, lunghi minuti per capire perché e se avesse una spalla da culturista e l’altra no sopra i bermuda lunghi e le gambe corte (che, dice le bugie?) e chissà, Magari è solo il gioco ottico della tracolla nera che lo attraversa diagonalmente. Le foto, ben riuscite.
L’inquietante dai cinquanta in su, pantalone classico, calzino blu, con lo sguardo mobile e sfuggente in giro a cercare se stesso ovunque nel posto sbagliato, se ti beccava con le pupille su di lui era la fine, incontrarlo in un vicolo rischioso, imbarazzante, noioso, forse insidioso.
La chitarra cambia, la tromba non c’è più, la batteria spostata al centro del palco.
Sono tutti lì per Anna Calvi, Anna Calvi arriva. A tirar giù i calzoni ci sarebbe stato da divertirsi a contare le erezioni e le passere bagnate. A occhio e croce un tot. Figa è figa. Sensuale pure. Un po’ Jessica Rabbit anche, le scarpe, soprattutto, uguali uguali. Il coniglietto più innamorato di tutti, accanto a me a destra, era in visibilio quasi platonico; l’altro quello a sinistra, altro che Platone. La ragazzina preoccupata dell’effetto della visione sul fidanzatino, si mangiucchiava le unghie con dovizia tutta concentrata su uno di quei dilemmi consumistico-tantrici del tipo Come faccio a diventare come quella lì? Ha risolto con una paglia e i segnali di fumo. D’altronde Roger Rabbit, l’ho visto, era lui, il suo fidanzato: è con lei che tradisce Jessica. Vittoria!
Il prato umido fa profumo anche quando è calpestato. E l’acqua dei toret è la scoperta di una nuova passione.
Ad ogni modo, durante il concerto ho pensato anche a lei.
E io? La solita scassaminchia.

Bollani balla il tango suonato con il piano, l’uno conduce l’altro e l’altro l’uno in un’alternanza viva di note e martelletti che si alzano e si abbassano. Tasti neri, tasti bianchi, gioco. Vedo le note disegnate che si librano nell’aria, tracciando anche percorsi inusuali perché a tratti lui sembra il pianista folle del Muppet Show.

E, a conti fatti.
Alla prossima signorina buonasera del botteghino del teatro che di fronte alle mie perplessità in merito alla scelta dei posti, mi sollecita per sindrome di stufìa precox, con un “Tanto è da ascoltare, non è mica uno spettacolo teatrale!” non starò neanche a spiegare che non sto acquistando i biglietti per una trasmissione radiofonica.
Le sputo direttamente in un occhio e le canto una canzone tonta.

Un ringraziamento particolare a Pierrde.

Articolo 9

19 marzo 2011

Don Abbondio è tra noi.
Don Rodrigo è primo ministro.
Don Cristoforo non so se esiste: se sì, forse è un mafioso pentito.
Renzo c’ha tanta peste.
Lucia non ha più la discriminatura al centro, è comunque discriminata, ma solo se lo vuole.
La monaca di Monza è Bocca di rosa.
De André è un poeta, Manzoni non lo so.
I bagni del Piccinni andrebbero risistemati.
Le prove continuano.

E le loro mutue relazioni.

Odifreddi è una specie di Guccini torinese, pronuncia “scherzo” che sembra di sentire Macario, sagace abindulatore come direbbe lui, giocoliere di parole, avverso a Benedettesimo, ci ha spiegato anche che se quei duomi fossero stati due – potere delle forme in duplice copia -, la massoneria avrebbe un associato in meno.
Insomma, ieri si parlava di geometria, ma non solo. E abbiamo pure visto le figure.

L’avete mai visto voi uno con un parrucchino tinto ritinto che fa il verso a un riporto?
Beh, io sì,
e c’era vento.
Spet-ta-co-lo.
Conturbante.

Hey, what’s the big idea?
(sucking too hard on your lollipop?)

Dinamo stellata

31 agosto 2010


Contemporanei hipster non bevono trementina, ma arrivano con bidoni di idrolitina alcolica rosso vermiglio, quadratini di torba da sciogliere e mescolare al tabacco, zainetti fuori luogo, sopracciglia ali di gabbiano che sudano ma non volano, tatuaggi indelebili che barcollano declamando cosa?
Non so se il festival della taranta mi sia piaciuto.
Canti sdentati seduti sul palco e signore d’altri tempi attorno ad un microfono a gorgheggiare folklore e giù dal palco puzza di benzina in un carretto, bottigliette d’acqua e disgustoso tavernello. Ho cercato qualcosa di autentico, ma non l’ho trovato.
Finché non ho ascoltato l’Urlo su carta e immaginato gli occhi di Ginsberg che spiega l’uomo scrivendo e parlando con una schiettezza che nella sua naturalezza trasforma la morte, la ridimensiona, calma l’anima raccontandone la vita.
Gli sguardi si incrociano attraverso il tempo, snocciolati con la maestria di una regia un po’ atrusa e sono véri.
Sogno un palazzo che si piega per farmi scendere, un cartone animato sincero e gentile.

«Superfici inchiostrate invece che linee», c’è scritto.
«Per ottenere un segno più libero ed espressivo», c’è scritto.
«Viene usata quasi esclusivamente per creare delle sfumature di colore», c’è scritto.
«La stampa si esegue su carta inumidita o bagnata se contiene molta colla», c’è scritto.
“Va bene l’acqua del mare?”, mi chiedo.
“Sale e zucchero?”, mi dico.
“Eh sì”, mi rispondo. 


Sale.
Affollamento acustico, valigievaligievaligie enormi ed è un campeggio, mica un hotel. Gente che passa con carrelli pieni di buste della spesa ed è un campeggio, mica un centro commerciale. Una tizia, passo alle ore 15:00, ripasso alle ore 20:00, è ancorà lì a pistolare flemmatica con il computer ed è nella verandina di un camper, mica in un internet point.
Mi lievita l’incontinente intolleranza che mi conosco bene. Frullo. Poi mi passa, quando manco me ne accorgo. Intanto, però, grugnisco.
Fila numero uno, protoattesa numero due, firma e braccialetto.
” Io-odio-il-braccialetto-plastificato”, abbaio ma non mordo.
Lui&lei, noiggiovani in supermotocicletta, arrivano, mezz’ora per decidere dove piazzare la tenda, il giorno dopo tanto – dicono – ripartono. Beh, a dire il vero, lei non è d’accordo, protesta  in un “Io non parto di nuovo, domani”. Ripartiranno, dopo aver litigato non si sa perché. So che lei piagnucolava, gli dava del coglione, lui sopportava serafico, ad un certo punto ha cominciato a tranquillizzarla ed io ho pensato che c’era qualcosa che non quadrava oppure tutto quadrava fin troppo ed era quello il problema. Se mi avessero detto che stavano discutendo così aspramente perché lei era scocciata dalla presenza delle formiche non mi sarei stupita neanche un po’.
Poi hanno preso la moto per fare i 500 metri che ci separavano dal bar e sono tornati tranquilli, anestetizzati come se avessero appena ciucciato latte dalla tetta della mamma e già fatto il ruttino. Fino alla prossima invasione di formiche, no problem.

Zucchero.
Pesci nel mare. Tanti.
Schiena giù per terra, tra me e lei solo un sottilissimo plastificato separè. Non ho più bisogno della zip consolatoria del coprilavatrice: faccio ziiiiip ed è una tenda vera sotto le stelle, tra lei e loro solo rami di pino.
Dormo tutta notte, senza interruzioni. Al mattino metto il naso fuori, gli occhi ancora stropicciati, faccio Yawn! in maiuscolo stiracchiandomi come in un cartone animato e tutto il resto intorno, la gente, le cacchiate che come ciliegine si posano sul padiglione auricolare, tutto c’è, ma è ovattato; sono come in una bolla di piacere estatico, con una porta solo socchiusa sul mondo chiassoso fuori.
Un ago di pino cade giù dall’albero, si poggia sul piede e rimane lì finché una folata di vento non lo accompagna altrove.
Ed ancora zucchero.
Gallipoli è piena di bancarelle: vuole assaggiare un pezzettino di formaggio, salame, salsiccia appena arrostita, frutti di mare aperti qui per qui con maestria?
Sembra il paese della cuccagna. Poi si riempie più e più e comincia a sembrare un po’ il paese dei balocchi, balocchi&baiocchi.
Cerchiamo una strada, il nome del ristorante tanto me lo sono già dimenticato.
Individuo un gruppetto di autoctone, vocalizzano in salentino, odorano di frutta e verdura fresca e di sicuro sanno cucinare da dio.
“Signoramiscusi, sa dirmi come arrivare in via Sant’Elia?”
“Ma v’accompagno! Faccio prima ad accompagnarvi, in tutte ‘ste stradine. Dove dovete andare, al ristorante… ?”
“Sì, quello!”
“Venite, andiamo. Ciao, Bettina, ci vediamo!”, vocalizza in salentino ed io le sto accanto e comincio a chiacchierare perché già mi piace, lei, che ci accompagna per le stradine e ci racconta i luoghi. Intercala ogni volta con un bella mia o bedda mia o belli miei o beddi e non sa dire bed&breakfast, dice bibbì. E a me piace talmente tanto che continuerei a fare domande fino a domani, che sarebbe stato ieri.
E invece arriviamo, lei mi poggia una mano sul braccio come se mi conoscesse da quando ero bambina e ci saluta.
“Grazie, grazie mille”.
“Ma figurati, bella mia, buone vacanze.”

I salentini sono gentili, sono un po’ greci, hanno una terra splendida, i colori cantano e sono di zucchero e sale.

A casa.
Suona il my door bell. Apro. Mi trovo di fronte un ragazzino sbucato dal nulla che non conosco. Solo che è più stupito lui di me, rimane muto e devo parlare io per lui: “Hai sbagliato campanello?”
Quel cenno della testa appena visibile doveva essere un sì.

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