Fratelli

20 marzo 2012


Ammaliati da un insano perfezionismo in vortici inconsulti, congelati i pensieri immobili in movimento, schiocchi, applausi e sassolini rotolano, si fermano.
Ignari attraversano la strada, occhi chiusi, ruote grandi, marciapiedi inciampati, fuoco. Fiamme.
Si ritrovarono ad un crocicchio che qualsiasi strada andava bene, si guardarono e sorrisero.
Si abbracciarono senza dirselo e continuarono nei loro percorsi così diversi e così simili senza mai perdersi di vista.

Fellini a colori

22 maggio 2011


Erano le 19:42 di un giorno di un paio di settimane fa o forse più quando mi sono fiondata sulla banana in cucina, trascinandomi alla svelta, bramosa di potassio e zuccheri in cui affogare il senso di malessere. Cinque minuti prima avevo sperimentato la morte, un freddo che piano piano irradiava dagli organi interni e non dava i brividi, ma era freddo, tutto freddo lì dentro. E ho capito com’è sentire la vita che va via. Non è piacevole: è per questo che sentirsi stringere la mano da qualcuno può avere il suo perché quando senti tutti quegli spifferi di ghiaccio. O no. Non lo so.
Non avevo alternative, lanciare un SOS al mondo fuori avrebbe significato dare forma e credito a quello stato e prolungarlo. Nessuno a cui telefonare che avrebbe potuto esser lì e senza un carico di preoccupazione, troppo per quel divano così piccolo. “Non sto bene, non posso venire al cinema”, era una soluzione che da qualche parte produceva una stonatura sorda.
Ha funzionato la banana, o il film… o’ miracol! Di fronte alla specchio del bagno ritrovai la mia solita faccia da pirla da truccare almeno un po’ prima di uscire.
Poi all’uscita dalla sala mi toccò imbattermi in un genitore che non ho più e a lui in una figlia che non conosce. Gli sguardi non si sono incontrati, gli ex parenti non si sono salutati, non serviva, non serve. Come il rancore.
E’ come ricevere un pugno nello stomaco ma capire che andare al tappeto è solo un’idea, puoi sempre rialzarti prima che suoni il gong.

I baci mai dati sono sempre troppi. Anche se ne dai tanti e poi interrompi all’improvviso.
Ma è un errore difficile da sopportare non se lo subisci, ma se ne sei l’artefice.

E il film mi è piaciuto.

ZooBlog, dal bruco al drago.


Sono giorni che ci penso.
Sai quelle cose che ti tornano in mente così? Ecco, quelle.
Ero giovane, bianca più di così e molle. Mi spegnevo con intermittenze sempre più lunghe, mi osservavo e non sapevo bene quello che vedevo. Come adesso, praticamente, ma peggio.
Credo di non aver mai smesso di cercare il clic, da sveglia o durante il sonno. E anche allora era sempre su percorsi un po’ sghembi e insoliti che trovavo spunti animati e non.
Una volta andai a parlare con un drago, mi ci portò mia madre il cui compito istituzionale pare sia quello di affrontare le emergenze sanitarie (niii-no! nii-no!) e – questo in passato, ora non più – trovare qualcuno a cui affidarmi, tipo patata bollente.
Devo riconoscerle che mi ha permesso di incontrare persone che per me si sono rivelate importanti e forse è una forma di egoismo geloso ed egocentrismo orgoglioso, la mia, non volerlo ammettere in maniera più intima e aperta: come dire, Però loro sono miei!
Il drago mi disse: “Devi decidere: morire o vivere. Non puoi stare nel mezzo.”
Sembrava una cosa crudele da dire a una fanciulla giovane, bianca più di così e molle. Sembrava un colpo inferto a dispetto di tutto: delle opportunità, delle convenzioni, delle convinzioni.
Ma io lo sapevo che aveva ragione lui, anche se faceva male decidere di diventare grandi e avere il coraggio di tirarsi fuori dalla caverna magica.
Non ho ancora imparato, però. Non del tutto. Non si impara mai del tutto. Ma morire è molto meno soddisfacente e molto più noioso che vivere. A parte il fatto che c’è un tempo per ogni cosa e, per quanto ne sappiamo, la morte non ce la leva nessuno comunque.

Era meglio il bruco, eh?

Donna settantenne e nipote circa trentanovenne si scolano un’intera bottiglia di spumante di serie B in due per festeggiare non si sa bene cosa.
Zia manda giù tutto d’un fiato, al bando il Voltaren per il “dolore ai reni”, nonostante lo spumante sia a temperatura ambiente e l’ambiente caldo. “Non lo abbiamo messo in frigo!”
Le due discutono su chi vinca la palma benedetta della più stordita e ammettono che se la temperatura del liquido dorato dalle bollicine un po’ loffie fosse stata ideale, probabilmente lo avrebbero ciucciato con una cannuccia.
La nipote termina l’incontro con considerazioni scientifiche sulle eliche del DNA e i loro riverberi riflessi da occhi di colore simile.

Ho chiesto a mia madre: “Puoi accompagnarmi in aeroporto venerdì ché Mr. Cì non può?” E lei: “Mmmh, sì, va bene… a che ora?” E io: “Bah, il gate chiude alle sette e mezza, credo… vieni verso le sei e mezza, sette meno un quarto… Poi comunque ci guardo meglio.” E lei: “Va bene, allora poi ci sentiamo:”
Così, ieri ci siamo sentite.
“Allora, a che ora devo passare?”
Trasmestio nella sacca della valigia, foglio A4 Ryanair, telefono incastrato tra spalla e mento: “Dai, passa alle sei e mezza.”
“Va bene, ciao.”
“Ciao.”
Stamattina alle 6:30, il citofono.
Il citofono alle sei e mezza della mattina? Saranno gli operai.
Non erano gli operai: era mia madre che è venuta a prendermi dodici ora prima.

Se ho visto il mare

25 dicembre 2010

Vuol dire che ho due occhi che guardano. E vedono.
Se ho visto le onde d’inverno, bianche nel buio, e sono schizzata sull’altro marciapiede vuol dire che distinguo il caldo dal freddo, la pioggia umida e la terra arsa.
Se ho parlato per rispondere e ti ho zittito per quei dieci minuti ripetuti per tre che ti sono serviti per ritrovare il tuo appiglio, il lucchetto di un’anima vulnerabile costretta sotto vuoto spinto, tu che ti ostini a ruggire nella tua gabbia e io a cercare di darti una mano perché ti decida ad uscirne, vuol dire che ho bocca e lingua e pensiero e idee che possono anche cambiare. Come gli aquiloni che seguono il vento, per lasciarsi andare devono essere più leggeri, leggeri.
Se con il buio e poi col sole non ho avuto il bisogno di premere il piede sull’acceleratore, né di passare con il rosso in una strada deserta, sgranocchiando serena un biscotto insipido dopo una cena consumata a giocare uno strano pippaiolo gioco del silenzio vuol dire che per essere vivi basta così poco, meno di niente, corto circuito come stelle filanti.

E’.
Giocare alla corda con un vecchio calzino odore borotalco e poi inciamparci quando ormai è solo idea obsoleta introiettata da un esterno-altro che non ci, non mi apparteneva, anche se sono libera dalle briglie (ciascuna delle due redini attaccate al morso) di chi l’ha fabbricata a proprio uso e consumo, intrappolato nelle frustrazioni partorite con cecità difensiva e offensiva dall’inseguimento monco delle tracce di quel codice penale che è un antico arcaico testamento a cui il tempo forse cambia il nome ma non l’(ovvia) innaturalezza.
Credo.
Ace or base?

Era ieri

3 novembre 2010

Città con la br, mi manca solo Brera.
Arrivo da una città con la br, passo da una città con la ba ed ora sono in quest’altra città con la br che conosco appena. Nella prima città con la br c’era il sole ma faceva più freddo poi il cielo s’è fatto grigio ed è scesa una pioggia sottile sottile, continuava a scendere quando ero in fila per salire sull’aereo. Voci attendibili mi dicono che ancora non ha smesso la sua danza, lieve ticchettio in do-re. 

Nella città con la ba c’era caldo, un caldo insolito a dispetto delle giacche sfoggiate dagli autoctoni. Il calendario prevale sul buon senso e se il calendario dice che è novembre non ci sono cazzi, pure se c’è scirocco devi far finta di niente e vestirti da novembrino.
Nella città con la ba ci ho dormito due notti e ho fatto gli incubini (incubi di media stazza) prima da addormentata e poi da sveglia mentre il vento giocava con le mattonelle e lo stendino sul balcone: sciaff, ptrac!, tumb. Ci ho visto pure un film che mi è piaciuto.
Poi mi sono svegliata in un’alba grigioazzurra per prendere servizio come fornitrice di automezzo, dog sitter, cambiatrice di canali dell’autoradio, presidiatrice di bed and breakfast, scaricatrice di bagagli, consolatrice di cagnetta sola.
La mia carta d’identità è tornata utile; il Garmin anche, lo ammetto.

Fuori da questo posto ancora assolutamente vuoto di gente seppur ammobiliato ci sono strade che non so, mura abbandonate ricoperte di scritte spray adolescenziali – disperazione e/o un pizzico di tenera idiozia – mentre colà depositati in attesa in corridi celestini i due aspettano: fratello affetto da mammite alternata a picchi di stupidite e genitrice affetta da egoistite.
Credo che come il papa disapproveranno la mia reticenza alla mariamaddalenite, non ho neanche l’abito e il pizzo nero, né le sopracciglia inarcate nell’iconografica sofferenza che tutto obnubila.
Peccato?

Era ieri, il giorno di un diluvio ragguardevole se pur non universale.
Oggi c’era il sole, io e cagnetta siamo state a zonzo, siesta in un piccolissimo parco lei a brucare l’erba, io a brucare un libro.

«La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così.»
(Caino, José Saramago)

Noi però facciamo ancora in tempo.

 

1-1=tanti

30 settembre 2010

Mollata l’auto ad almeno millecinquecento metri dall’ufficio per ridurre il rischio di multe (eliminarle – assodato – è impossibile, tanto è scemo-chi-legge) dopo il girotondo di isolati e lo slalom per evitare i divieti di transito che sbucano come funghi nella Murgia irrorati dalla pioggia, catenaccio contro i malviventi a-piede-libero-special-mente che la mia Giulia non è appetibile se non per ladri di polli e i polli (quelli piumati, intendo) non si è capito se esistono ancora (e poi chissà se è nato prima l’uovo o la gallina), però non si sa mai. Radio sotto il sedile (no, zitti, non ho il frontalino estraibile), parasole sul vetro (sì, sì, c’è ancora il sole, tra una folata di vento e l’altra), chiudo, clac clac (mbeh, almeno la chiusura centralizzata), dopo passo uno, passo due, passo tre, domanda di rito Ma ho chiuso?, risposta contingente Sì ho sentito clac clac, infilo le pasticche bianche coi buchi dell’ipod nelle orecchie per evitare il rumore del traffico e vado.
Il cielo, la strada, persone che sfilano come in un video. Scale, cartelli, ponte, sottopassaggio, luce gialla, smog, suola di gomma, abbigliamento a strati e… in every river that might flowlallà-lààà!… la spalla si muove, fa l’onda alla sinistra, la testa oscilla, il passo scandisce il ritmo e m’invento che devo aver vissuto in un quartiere nero, tipo un bronx americano, forse in un sogno, in un’idea, in un libro, in un pensiero, non in un’altra vita  perché le atmosfere sono contemporanee a meno che non si possano vivere le altre vite nello stesso Tempo. E poi mi torna in mente  fratello, che mi chiede di ricondurre i comportamenti e l’essere a equazioni logiche e matematiche per validarli e renderli comprensibili e inconfutabili. Vuole che spieghi in formule…
Insomma, ho capito, ma proprio capitocapito, che è matematicamente impossibile. 

Non ne ho la più pallida né abbronzata idea. Per ora.

Però gesù, davvero, ti ringrazio per avermi fatto scema, sennò sarebbe stato addirittura peggio.

E così non sia,
‘men

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