Fire on the mountain

25 gennaio 2012

Ero in questo posto tutto di legno scricchiolante sotto i passi di chi difende per denaro: ti difendo per pane con la mollica buona dal fornaio o per un contaore comprato dall’orologiaio, una barca con la vela o una senza, con motore a un certo numero alto di cavalli; ti difendo perché ho figli, marito, la baby sitter a casa, perché avevo un ideale e chissà se mi sopravvive ancora. Ero in questo posto e il legno scricchiolava soprattutto sotto il baffo e la pancia togata della pubblica accusa, mentre la mia toga rischiava di rimanere incastrata sotto le rotelle della sedia ad ogni movimento impercettibile del mio umore. Ero sotto una scritta d’oro cubitale che recitava «La legge è uguale per tutti», con sopra un crocifisso gigante a testimonianza che non è poi così vero. Ero lì a slogarmi il polso per scrivere frasi di rito, formule a tratti aride e articoli misconosciuti e fuori il mondo che se lo guardavi dalla finestra deformante sembrava un piccolo incubo luminoso, ma se lo osservavi dall’altra con il vetro-vetro ti ritrovavi sulla scrivania il cielo in cubetti e il sole in interstizi, perdendoti in dialoghi surreali esistenziali con Rubik.

I’ll finally be, who I’ll be
Maybe


Apro la posta e trovo centoventitante mail in grassetto. Le dita, in sintonia armonica monosillabica, scivolano sul pad del mac a digitare flag «in a little black case» che si tinge di pallini fucsia. Ballo sul posto per ricongiungermi con la ms e col suo colore bitripolare plurivalente: emozioni in chiave logica fuzzy.

« Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e finché sono certe, non si riferiscono alla realtà.»
(Albert Einstein, da Sidelights on Relativity)

Corro a prendere un pennarello.

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